Fin dai primi minuti di M, il figlio del secolo, la serie tv mandata in onda da Sky che il presidente del consiglio non avrà tempo, beata lei, di vedere, si nota facilmente che Mussolini non ha niente del super uomo. Quello semmai è D’Annunzio, imperturbabile quando il soffitto gli crolla in testa. Al contrario, Mussolini è umano, fin troppo umano e proprio nel suo tentativo, piuttosto goffo, di caricaturizzarlo. Questa umanità che trasuda nel Mussolini televisivo è quasi imbarazzante. Lo rende un briccone simpatico. Luca Marinelli che lo interpreta, è un attore bravissimo quanto fisiologicamente inadatto. Il che aumenta l’empatia dello spettatore. Fanno bene Cruciani e Paolo Mieli a dargli addosso per le sue dichiarazioni sulla sofferenza provata nella recitazione. Questo potrebbe raffreddare l’ammirazione del pubblico per una performance che finisce con il ricadere su Benito, Amilcare, Andrea. Non c’è una ricostruzione storiografica, c’è un eroe da romanzo. Per demolirlo intimamente servirebbe almeno la penna di un Brecht. Dobbiamo accontentarci di quella di Scurati.
Stilato un’opera monumentale su Mussolini, Renzo de Felice, quasi non riusciva più a fare lezioni nelle aule universitarie. Erano tempi in cui non si voleva comprendere il fascismo, bastava condannarlo. Eppure chiunque si sia cimentato con l’opera di De Felice non trova nessuna forma di ammirazione per il Duce, al contrario. Si avverte il senso di tragedia in cui la sua misera persona, maestro di scuola, soldato semplice al fronte, manovale emigrato, giornalista squattrinato, si sta addentrando. Il Mussolini di De Felice, non è il “figlio del secolo” di Scurati, è semplicemente una catastrofe ambulante, persino nei suoi presunti momenti di trionfo. Quello che appare quasi imbarazzante della carriere di Mussolini è che non c’è un passo compiuto che non riveli un difetto. “Sono stato per vent’anni il fedele servitore del re”. questo il duce del fascismo nella famosa notte del Gran Consiglio. Un buon cameriere, insomma. E dice pure la verità. Mussolini deve tutto a Casa Savoia.
Rispetto alla trattazione della documentazione storica, quella di De Felice resta a distanza di tanti anni formidabile e probabilmente insuperabile, il romanzo di Scurati ovvia con la fantasia. La fiction televisiva, o il cinema, la spettacolarizza. Probabilmente per questo l’unico film dedicato a Mussolini che si è visto in Italia era stato finora “Gli ultimi giorni” di Lizzani, relativi alla caduta. Un Mussolini incappottato che gira con la valigia in mano e si spaccia per tedesco fucilato contro un muretto. Poi c’è stato un Mussolini giovane socialista in uno sceneggiato rai, che non interessava a nessuno. Per il resto si ricordano delle comparsate, come ne “Il delitto Matteotti”, “La Lunga notte”, “Il leone del Deserto”, “il Cattivo Poeta” e persino ne “il Grande dittatore” di Chaplin. Qualche minuto ogni volta. Con Scurati saranno ore e si parte dall’ascesa. L’effetto è completamente nuovo ed inesplorato. Lo spettatore, a cominciare dal più giovane, grazie a M, inizia un’avventura.
Dispiacciono le semplificazioni fin troppo smaccate. Italo Balbo non era solo uno squadrista spietato, così come la violenza non era propriamente una prerogativa esclusiva del fascismo. In generale è minimalista spiegare il fascismo come un fenomeno dettato dalla formula risentimento, odio, paura. Sull’odio e sulla paura si può costruire un anno di potere, forse due, non venti. Mentre sul risentimento non si costruisce niente. Poi bisognerà pur capire come si spiega il successo di Mussolini presso liberali come Lloyd George, o repubblicani come Hoover, e perché no, democratici come Roosevelt.
Può essere invece perfettamente, ce lo dice lo sceneggiato, che Mussolini avesse compreso come l’Italia non sarebbe mai divenuto un paese rivoluzionario. La rivoluzione socialista non era nemmeno stata capace di affermarsi in Ungheria e ancora negli anni trenta sarebbe stata soffocata in Spagna proprio da coloro che avrebbero dovuto alimentarla, i sovietici. Questo non toglie che all’epoca in Italia la rivoluzione la si temesse comunque e molti la ritenessero imminente. Per cui se Mussolini lasciò il partito socialista, causa la velleità rivoluzionaria, ecco che abbiamo già individuato una sua qualità politica di spicco. E questo è l’aspetto più scabroso della vicenda. Un criminale spregiudicato e intelligente, può essere preferito ad un onesto imbecille timorato di dio. Valeva ieri, può valere anche oggi.
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