I cittadini statunitensi hanno il privilegio di concorrere alla successione alla Casa Bianca con un candidato di loro gusto e surclassare già quello appena eletto. Si sono viste in passato manifestazioni di massa negli Usa contro le politiche delle presidenze Johnson, Nixon, Reagan, Bush, tutte finalizzate a preparare un cambio di governo, o anche soltanto ad un’elezione di metà mandato, utile a influenzare le decisioni del presidente in carica. Magari, poi, queste grandi manifestazioni di popolo non hanno minimamente scalfito il prestigio presidenziale. Nixon non venne travolto dai cortei studenteschi contro la guerra del Vietnam. Nixon prese più voti al secondo mandato che al primo proprio per aver portato, a furia di bombardarli, i vietnamiti agli accordi di pace.
In Europa le grandi manifestazioni che si sono viste negli anni contro le politiche americane hanno sempre assunto un significato diverso, volto a modificare le alleanze del paese in cui si svolgevano. In Italia, in particolare, quando non si potette più chiedere di cambiare decisamente blocco di appartenenza, fu sempre più difficile per il Pci pretendere l’adesione al patto di Varsavia, restava l’ipotesi della neutralità. L’opzione esiste ancora adesso. Quando si contesta la politica di Trump, non è che i cittadini italiani, chiedono una presidenza democratica su cui non hanno nessun potere decisionale, semplicemente vogliono l’uscita dalla Nato. Il parossismo, il sogno di lasciare la Nato è onnipresente nella vita italiana sin dalla prima marcia di Assisi, è tale da arrivare a dire che è l’America di Trump a voler affondare la Nato, cioè l’America di Trump vuole affondare se stessa, in quanto la Nato è sostanzialmente la politica americana del dopoguerra in Europa.
Negli Stati Uniti d’America sono avvenute scelte decisamente autolesioniste. Il Watergate, apparve ai cinesi e persino ai russi, un fenomeno incomprensibile, mentre il premier di Singapore lo considerava una follia. Mettere a rischio la sicurezza del mondo libero, per uno scandalo di palazzo. Ciò non toglie che l’America abbia sempre dimostrato capacità di rigenerazione democratica che in Europa latitano. L’America ha superato una guerra civile rafforzando il suo regime rappresentativo, quando l’Europa ha risposto ad una prima guerra mondiale con il fascismo che l’ha condotta dritta ad una seconda in cui è stata distrutta. L’hanno ricostruita gli americani l’Europa. Dove l’hanno ricostruita i russi, è finita in miseria.
Per questa ragione il partito repubblicano negli anni di Ugo La Malfa e per certi versi ancor di più in quelli di Spadolini, ha guardato le politiche americane dall’alto, non se i presidenti piacessero o meno. Il problema era l’equilibrio internazionale, indipendentemente dal paradigma teorico. Altrimenti, fra Reagan e Spadolini c’era l’abisso. Prendi di petto il capo del mondo libero e rischi di scivolare fra i paesi non allineati. La Jugoslavia di Tito fu un gran bel riferimento di successo. Piaceva al Psi di Craxi, infatti, non certo ai repubblicani.
Con il multipolarismo, il quadro è persino peggiorato. Mai davvero Cina e Russia offrissero una soluzione di governo globale, dispongono, grazie alla Cina, principalmente, di un’economia allettante, come prospettiva plausibile c’è lo schiavismo. Lo praticano le compagnie minerarie cinesi in Africa, mentre i russi difendono chi lo pratica per l’estrazione delle terre rare. Che l’India possa assumere un ruolo guida internazionale, invece, può crederlo giusto la dea Kalì. Già il Pakistan, senza l’America a trattenerlo, le si muoverebbe contro. Sul Brasile stendiamo un velo pietoso. Magari il Sud Africa, entro il millennio.
L’Europa è un vaso di coccio. Disarmata, la si vuole lasciare tale. Priva di un governo centrale, non ha un’identità politica unitaria dal tempo di Napoleone. Se sono comprensibili diffidenze verso gli Stati Uniti, perché mai gli yankee dovrebbero continuare ad aiutarci, bisogna comunque misurare bene i passi. La guerra in Ucraina è un monito. la Russia arrivava sino a Berlino, non per salvaguardare il nostro continente da un rigurgito fascista, ma perché lo Zar era di origine tedesca da Caterina la Grande. Il Cremlino da allora ha avuto la Germania nel mirino, insieme alla Svezia, alla Finlandia, alla Polonia, ai paesi baltici, all’Ungheria, alla Cecoslovacchia, alla Turchia, alla Grecia. Stalin sognava una Spagna senza trotskisti. Pensare che Putin si possa accontentare del Donbass, ora che non ha più nemmeno la Siria, è una tale sciocchezza che nemmeno uno svagato come Trump può credere. Il presidente americano comunque dispone di servizi di Stato indipendenti, capaci di edulcorarlo sui principali problemi che gli si rivolgono e anche di condizionarlo.
L’Italia nel suo complesso non si rende pienamente conto della situazione ad est. Mezzo paese sostiene Putin e Taiani e Crosetto che fanno i salamelecchi a Zelensky, non volevano che si colpisse la Russia nel suo territorio, cioè, senza capirlo, non volevano che l’Ucraina si difendesse. Questo è il governo Meloni. Grazie a Trump, l’Ucraina sta martellando la Russia in profondità da mesi, fabbriche, raffinerie, depositi, tutto e di più, sino alla Siberia. Con Biden non era mai avvenuto. L’Italia è stata invece sensibilissima alla questione di Gaza con tutto il battage che ne è seguito e che continuerà a seguirlo, perché la pace in Medio oriente, in verità, è molto più difficile da ottenere di quella in Ucraina. Sarebbe però un errore molto grave sottovalutare i passi compiuti. Il contenuto degli accordi sottoscritti è abbastanza irrilevante. Sono i partecipanti a fare notizia. Il complesso del mondo arabo si è schiarato con Trump e, di fatto, con Israele.
Questo è avvenuto non perché i regimi arabi vogliano tiranneggiare tecnocraticamente i poveri abitanti di Gaza e cancellare le prospettive democratiche della Regione. Agli arabi del concetto di democrazia, non importa assolutamente nulla. Non hanno letto Rousseau, gli arabi. Però gli arabi amano la stabilità. Persino il re Faisal, che era antisemita, non antisionista, dopo il 1967 aveva accettato l’idea di dover convivere con l’esistenza dello Stato ebraico. Coloro che non l’accettano, caldeggiano un’opzione rivoluzionaria delle mappe. Qualcuno dovrebbe dirci esattamente quali dovrebbero essere i confini dello Stato di Palestina prima di riconoscerlo, cioè, se la valle della Bekaa, il Sinai, Damasco, Annan, siano Palestina o meno. Fino a dove si spinge la Palestina? Allora ci si accorgerebbe che non è Trump a voler fare di Gaza da piattaforma dell’aggressione ad Israele, una sede residenziale. Sono il Qatar, Al Sisi, il re di Giordania interessati a colonizzare l’area. Trump viene incontro alle esigenze dei suoi alleati arabi che corrispondono a quelle dei suoi amici israeliani. Questi ultimi. stufi di prendere missili in testa, si rassegneranno alle musiche da discoteca dei principi beduini.
Ovviamente in Italia, tutto questo può non piacere, per carità. Noi disponiamo di formidabili risorse morali, Mazzini, Garibaldi, Cavour. Siamo lì a protestare in piazza perché Hamas spara ai suoi concittadini per strada, Landini deve aver indetto uno sciopero generale il 25 ottobre. Altrimenti ci si può rivolgere alla dottoressa Albanese per cui Gaza è la nuova Atene, risorgerà luminosa per rinnovare un emisfero decadente. C’era qualcuno che deve aver pur detto qualcosa tipo, la libertà dell’occidente si difende sulle macerie di Gaza. Forse ricordiamo male.
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