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Un generale al giorno per togliere Putin di torno

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
7 Giugno 2022
in L'editoriale
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Una valutazione realistica delle continue minacce di Putin per un eventuale allargamento del conflitto non può essere data da arsenali predisposti principalmente intorno agli anni 50 del secolo scorso. Questi potrebbero facilmente fare cilecca. Occorre invece seguire la situazione sul campo al di là di quelli che possono essere successi ed insuccessi momentanei. Ogni guerra subisce  rovesciamenti improvvisi, che ne alterano completamente la percezione. Rommel a giugno del 1942 è vincitore a Tobruk e sembra un trionfo, non fosse che un mese dopo è sconfitto ad El Alemein. È vero che nessun generale russo sotto Putin ha la fama strategica militare di Rommel per non dire che i russi non si lasciano proprio impressionare dalle qualità individuali dei loro comandanti in capo, Alessandro primo non amava Kutuzov, e Stalin fece fucilare Thukhacevskj.  Ciò non toglie che il numero di  morti di generali russi in Ucraina è anomalo per qualunque guerra.

Se mai davvero un esercito continentale ha perso una simile cifra di suoi generali, oramai sono 14, li ha persi nell’arco di almeno due anni di guerra, non in due mesi. Soprattutto se mai un esercito viene decapitato di tanti comandanti in capo insieme ad una costellazione  ancora più numerosa di alti ufficiali che li accompagna, questo  esercito è senza testa. Dopo la morte di Rommel la Germania nazista  si trovò improvvisamente depurata dai suoi alti comandi, ma non per i successi degli alleati. Hitler si era voluto vendicare del complotto della Wermacht ai suoi danni e in pratica il Fuhrer prese direttamente il carico del comando militare della nazione, la stessa cosa che starà facendo Putin. Per la Germania, ritrovarsi con generali improvvisati da un giorno all’altro ed in piena controffensiva alleata, fu la catastrofe che comunque  avvenne in tre anni di guerra, non in tre mesi. Come può pensare la Russia di combattere una guerra senza generali? Non si è mai visto niente di simile nella storia.

Bonaparte perse tre generali in dodici anni. Desaix, Lannes e Kléber, quest’ultimo in una sommossa, perdite che gli si rivelarono fatali, considerato che il più brillante generale di Francia era morto, di tubercolosi, Lazare Hoche, mentre  Moreau era passato al nemico e Pichegru impiccato nella sua cella. Sei generali in tutto per Napoleone, solo due in battaglia e pure guidavano le cariche a cavallo sotto l’artiglieria nemica. Nemmeno Cambronne morì a Waterloo, fu solo ferito. Come è mai possibile che i generali russi vengano fatti fuori con tanta rapidità, persino nel Donbass, due in un colpo solo, dove pure la Russia sembrerebbe possedere il controllo del 90 per cento della regione?

Il supporto logistico occidentale è dalla parte degli ucraini e questo consente loro di individuare più facilmente gli alti comandi russi. Il generale Andrey Sukhovetski viene eliminato agli inizi di marzo da un cecchino con un tiro a milleduecento metri. Ma la morte di Sukhovetski avveniva in seguito del  piano di cattura di Zelensky predisposto e fallito insieme all’occupazione di Kiev. I due ultimi generali morti nel Donbass, come in quasi tutti gli altri casi, lo sono nella disfatta completa delle loro armate. Solo l’espansione numerica dell’esercito russo nasconde questo disastro consumato sin dal primo momento e lascia credere ad una ripresa, quasi che l’addestramento dei combattenti mandati al fronte, il loro tasso di affidabilità, di subordinazione, siano insignificanti. I russi sono convinti di aver sconfitto i nazisti a Mosca e poi a Stalingrado con la sola forza bruta. No, hanno vinto perché si era aperto un secondo fronte alle spalle dei tedeschi, l’esercito russo fino a quel momento era stato spazzato via.

Macron, presidente di una nazione che ha una qualche capacità di valutare un conflitto in corso, ha detto che non bisogna umiliare Putin. Evidentemente Macron è convinto della catastrofe bellica a cui sta andando incontro la Russia e della necessità di un sostegno politico per evitare che soccombi un sistema paese privo di soluzioni di ricambio. Forse bisognerebbe iniziare a chiedersi se fosse invece il caso di procurargliene e che l’umiliazione di Putin possa essere l’occasione di un cambiamento. E questa è una visione grettamente occidentale. La Russia non cambierà mai, ecco la posizione puramente slava, piuttosto cambia il cambiamento.

Tags: HocheMoreau
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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