Fa discutere la decisione della Sezione per i diritti della persona e immigrazione del Tribunale di Roma che non ha convalidato il trattenimento dei 12 migranti trasferiti a spese dello Stato nel centro di permanenza per il rimpatrio di Gjader, in Albania.
Non essendo esperto di motivazioni giuridiche e non conoscendo i dettagli della sentenza del Tribunale di Roma, sospendo il mio giudizio, che potrebbe cambiare con ulteriori informazioni. Detto questo, la questione è chiaramente politica. È innegabile che nel nostro Paese ci sia un problema legato all’immigrazione e che una parte degli immigrati, fortunatamente non tutti, rappresentino un problema di ordine e sicurezza pubblica. Chi è impegnato in prima linea, come Prefetture e Comuni, sa perfettamente che le strutture dello stato non riescono a far fronte alla domanda di accoglienza e che una parte di irregolari finisce inevitabilmente a delinquere nelle piazze. Purtroppo, nessun governo, di qualunque colore politico, è riuscito a trovare soluzioni efficaci e sostenibili, con l’eccezione del decreto Minniti e la relativa legge, che riuscirono a fare qualche deciso passo avanti.
Resta inteso che il nostro compito deve essere sempre quello di coniugare legalità e umanità, affrontando il tema dell’immigrazione con politiche che rispettino sia le leggi che i diritti umani. E certamente, non è con azioni muscolari che si può pensare di risolvere un problema epocale che riguarda tutto il continente. La questione dell’immigrazione necessita di soluzioni comuni, complesse, equilibrate e condivise a livello europeo, piuttosto che risposte basate su rigidità o azioni unilaterali.
Ma se è vero che con il semplice muscolarismo non si risolve nulla, è altrettanto vero che non possiamo chiudere gli occhi e ignorare l’esistenza di un problema concreto che crea difficoltà alle istituzioni, disagi nei territori e tensioni sociali. Il problema esiste, e i governi, in particolare questo, con la maggioranza di cui dispone, dovrebbero allocare risorse adeguate per garantire adeguata accoglienza a chi si deve ed effettive espulsioni di chi non ha diritto di restare in Italia e di chi delinque nel nostro Paese.
La questione più grave, però, è lo scontro istituzionale in atto. È evidente che da tangentopoli in avanti sia in atto un più o meno latente duro confronto tra la politica e l’ordinamento giudiziario e, nell’attualità, un vero e proprio confitto tra l’esecutivo e la magistratura. E non c’è bisogno di ricorrere a Montesquieu con la teoria della separazione dei poteri per comprendere che questo non giova a nessuno.
L’esecutivo non può continuare a limitare l’azione della magistratura, spuntandogli le armi con manovre che paralizzerebbero l’intera attività d’indagine con gravi ripercussioni sul rispetto della legalità: ma è altrettanto vero che la magistratura non debba contestare ogni iniziativa messa in campo dall’esecutivo. È fondamentale trovare una pacificazione, perché la magistratura deve fare la magistratura e la politica deve fare la politica. Questa “guerra di finestre” non giova alle istituzioni, né al governo, né alla magistratura, ma soprattutto non fa bene ai cittadini e agli immigrati.
Questa situazione richiede un maggiore equilibrio tra i poteri dello Stato, nell’interesse della collettività e di una gestione più efficace del fenomeno migratorio, che né le riforme proposte dal ministro Nordio né le azioni del ministro Piantedosi possono garantire.
Serve, sì, maggiore equilibrio da parte della politica, del governo e della magistratura del CSM, ma occorre anche un maggior senso di responsabilità da parte dell’informazione. Non si può non stigmatizzare il comportamento di alcuni giornalisti, come Sallusti, che hanno reso pubblici nomi dei giudici non con l’intento di informare correttamente, ma per gettarli in pasto ai social, alimentando un dibattito superficiale e dannoso. La stampa ha un ruolo cruciale e deve contribuire con equilibrio e rigore, evitando di infiammare gli animi senza una reale utilità per il dibattito pubblico.
Ma in ultimo è la politica che deve riappropriarsi di un ruolo etico e rispettoso degli equilibri istituzionali e degli del ruolo degli ordinamenti previsti dalla Costituzione, superando quell’aberrazione della democrazia tipica del berlusconismo che vorrebbe gli eletti come legisbus solutus, facendo strame di due millenni di cultura politica e giuridica.
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Ben detto, da alcuni settori politici si interpreta la gestione pubblica una questione molto personale e non pubblica. Esperimento con la destra al Governo ASSOLUTAMENTE FALLITO