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Una trattativa che si annunzia complessa

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
21 Febbraio 2025
in L'editoriale
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In colloqui preliminari fra parti che sono in guerra o che non hanno più contatti da anni, o che addirittura ritengono di essere subentrate ad amministrazioni che hanno sbagliato tutto, sono inevitabilmente difficili da assemblare. Tanto che le dichiarazioni, i tweet, o persino le posizioni prese su bozze collaterali che non concernono i lavori che si dovrebbero aprire, ma potrebbero anche interrompersi, vanno prese con beneficio d’inventario. Magari cambiano in corso d’opera. L’America vuole la pace ma ancora non ha capito se presentarsi come cobelligerante, l’amministrazione precedente in effetti ne è stata il principale, o come mediatore. La nuova amministrazione, vuole rompere con il passato anche perché come mediatore si offrono più chance,

In quest’ultimo caso deve distaccarsi dai suoi alleati della prim’ora, altrimenti sarebbe costretta a dare la sua idea sulla guerra. Se questa fosse vincente, i russi possono rifiutarla e continuare a combattere. Se perdente, i russi possono dettare loro le condizioni. Se non lo sa, i russi la prendono per il naso. Trump rappresenta un nuovo governo contrapposto a quello precedente, anche senza aver studiato Talleyrand ritiene più vantaggioso presentarsi come un terzo fra Russia ed Ucraina. Deve essere molto convincente in questo suo ruolo, dato che ancora arrivano armi americane persino alla Moldavia. Si tratta di marcare la sua differenza rispetto alla passata gestione quando ancora non è cominciata la negoziazione. Pensare poi, anche soltanto che l’Europa e l’Ucraina possano venire escluse è abbastanza un controsenso dal momento che l’Ucraina dispone ancora di una forza deterrente sul campo di battaglia. Qualunque paese europeo potrebbe decidere di alimentarla rimandando i tempi della pace. Per questo i commenti che si sono ascoltati in Italia, come da parte dei leader europei, appaiono dunque piuttosto prematuri. Il solo fatto che russi e americani si incontrino a Riad fa pensare che l’Ucraina non sia nemmeno il centro dei colloqui, che il quadro di riferimento sia necessariamente più ampio.

Il governo americano ha deciso di rendere la Russia un interlocutore, cosa che la precedente amministrazione negava. Forse è cambiato il giudizio sulla situazione militare e politica della guerra? Perché se l’America fosse convinta che sia vana la resistenza ucraina, che i russi non possano che vincere, o addirittura, abbiano già vinto, sarebbe per l’appunto del tutto inutile convocare dei colloqui di pace ed ancora di più inutile per i russi parteciparvi. Basterebbe interrompere gli aiuti ed aspettare che Putin arrivasse a Kyiv per andare poi a congratularsi della brillante impresa.

L’ultimo rapporto del principale centro di studi statunitense sulla guerra, Lo Institute of stude of war, di Washington, di fatto un istituto governativo, presenta un quadro militare della Russia a dir poco catastrofico. Per la prima volta l’Isw ritiene che i russi abbiano oramai esaurite le scorte, siano ridotti ad impiegare i muli per rifornire le truppe, non dispongano di sufficienti mezzi e soldati, i loro alleati anche sono stati spremuti e tutto per risultati molto modesti. I russi avrebbero dunque accettato il tavolo con gli americani, perché la guerra, non la stanno vincendo affatto e dopo tre anni temono ripercussioni all’interno preoccupanti.

Ovviamente, nonostante la sua esperienza e competenza, l’Isw può sbagliare clamorosamente analisi oppure, la Russia potrebbe essere comunque capace di produrre un colpo di reni inaspettato, rovesciando la situazione. Certo è che, appunto, in tre anni di bombardamenti, i russi nemmeno hanno conquistato Kharkiv a tre chilometri dal loro confine e vantano vittorie in villaggi che nessuno al mondo aveva mai sentito nominare. Il Kursk invece, che tutti sanno dove si trova, è sotto attacco ucraino dall’agosto scorso.

Anche ammesso che Putin fosse ad un passo dal prendere l’Ucraina o che comunque in altri tre anni, senza l’appoggio americano, la prenderebbe, ha piegato la Cecenia priva di aiuti dopo nove interi anni. resterebbe pur sempre evidente il tracollo della Russia in Siria. La posizione in Siria è più importante di quella ucraina, perché senza la Siria, se anche Putin arrivasse ad Odessa, riprendendo finalmente il controllo del Mar nero, dove attracca nel mediterraneo? In Libia non c’è un governo affidabile come era quello di Damasco. In Algeria hanno cacciato i francesi, figuratevi i russi. Tutta la strategia messa in piedi con perizia e successo da Prigozhin è fallita. La Russia si è ritirata subito dal Mali, ha perso il Mozambico e adesso l’ingresso del Movimento 23 a Bukavu, testimonia che ha ripiegato anche nel sud Kiwu. Tutti gli interessi minerari in quei paesi stanno per finire nelle mani dei cinesi, principali concorrenti dei russi in Africa. Paradossalmente, questo è un aspetto che gioca a favore di Putin. L’America non ha nessuna voglia di vedere la Cina rafforzarsi ulteriormente.

Come si capisce dagli accordi di Yalta, l’Ucraina è relativamente importante per l’America, soprattutto se questa segue l’evoluzione nel Pacifico. Solo l”Europa ha ragione di preoccuparsi per la presenza russa in Ucraina e l’Europa ha fatto tante chiacchiere e pochi passi concreti per impedirla. L’idea di mandare trentamila soldati da parte di Francia ed Inghilterra, per quanto tardiva, almeno sarebbe un passo. Si noti solo che nella prima guerra di Crimea, 1854, un’epoca in cui gli americani nemmeno sapevano dove fosse la Crimea, gli inglesi da soli mobilitarono 50 mila uomini. La Francia 150 mila e non bisogna dimenticarsi dei turchi, i più interessati all’espansione russa anche oggi. i turchi all’epoca mobilitarono 300 mila effettivi. Persino il Conte di Cavour prese la sciabola e inviò diciottomila bersaglieri. Magari l’onorevole Meloni, inizi a farsi qualche domanda su come si conta davvero in Europa.

licenza pixabay

Tags: russiaUcraina
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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