«L’immunità parlamentare non serve a difendere le persone, ma le istituzioni». Così scrive Davide Giacalone, centrando con precisione il punto che troppo spesso viene ignorato nel dibattito pubblico: il principio dell’immunità non è un favore concesso a questo o quel parlamentare, ma uno strumento essenziale per garantire la libertà delle istituzioni rappresentative, proteggendole da possibili abusi del potere giudiziario o esecutivo.
Il caso dell’onorevole Ilaria Salis rappresenta il banco di prova più lampante di questa funzione di garanzia. La vicenda, che l’ha vista arrestata a Budapest con l’accusa di aver partecipato a un’aggressione durante una contro-manifestazione antifascista, si è trasformata in una questione di principio a livello europeo. Le immagini della sua detenzione in catene e il contesto di un sistema giudiziario, come quello ungherese, sotto scrutinio per la sua indipendenza, hanno imposto una riflessione che va oltre il merito delle accuse.
In questo scenario, la richiesta di revoca dell’immunità avanzata dalle autorità ungheresi assume i contorni di un potenziale abuso giudiziario a fini politici. La difesa dell’immunità, in questo caso, non è una protezione per l’individuo Ilaria Salis, ma una salvaguardia per l’istituzione del Parlamento europeo contro un’ingerenza esterna che rischia di trasformare una persecuzione giudiziaria in una punizione per le opinioni politiche espresse.
La decisione di bocciare la revoca da parte della Commissione Affari Giuridici del Parlamento europeo è, in questo senso, un atto politico dovuto a chi crede nella democrazia liberale.
Esiste tuttavia un altro scenario, altrettanto importante per il dibattito pubblico, che richiede un’analisi diversa. Si tratta del caso che coinvolge la ministra Daniela Santanchè, per la quale la magistratura italiana ha richiesto un rinvio a giudizio. Questo caso, seppur riguardante anch’esso un membro del Parlamento, è profondamente diverso da quello di Ilaria Salis.
A differenza del caso Salis, dove le accuse riguardano l’attività politica, le accuse contro la ministra Santanchè non hanno a che fare con le sue idee, ma con reati di natura finanziaria come frode fiscale e bancarotta fraudolenta.
Un’altra differenza sostanziale è che la richiesta giudiziaria proviene dallo Stato italiano, una democrazia liberale con una giustizia riconosciuta come indipendente e non piegata al potere politico. Il rischio di una persecuzione giudiziaria strumentale a un regime illiberale, come nel caso ungherese, qui non sussiste.
Inoltre, occorre sottolineare che Daniela Santanchè non è solo parlamentare, ma ministra della Repubblica. È stata rinviata a giudizio non per le sue opinioni o per la sua appartenenza politica, ma con l’accusa di aver frodato lo Stato che governa, violando le leggi di quella Costituzione sulla quale ha giurato.
Il contrasto è evidente: Ilaria Salis non era ancora parlamentare al momento dei fatti contestati e oggi è sotto scacco di un regime illiberale, con una magistratura accusata di essere asservita al potere esecutivo; Santanchè, al contrario, era già parlamentare e oggi è ministra, ed è sottoposta al giudizio di una magistratura italiana pienamente autonoma in uno Stato di diritto.
La ministra non rischia di essere imprigionata per le sue idee, né di subire trattamenti inumani. Se riconosciuta colpevole, sarà per aver frodato le leggi dello Stato che ha giurato di servire.
L’esame di questi due casi, Ilaria Salis e Daniela Santanchè, dimostra come il principio dell’immunità, pur essendo unico, richieda un’applicazione diversificata. Nel caso Salis, l’immunità opera come un baluardo per l’istituzione parlamentare contro un attacco esterno e potenzialmente politico, in difesa della libertà di opinione e del ruolo del parlamentare come rappresentante.
Nel caso Santanchè, la discussione non riguarda la tutela dell’istituzione contro un attacco, ma la sua credibilità di fronte ai cittadini. La questione è se un parlamentare possa essere esentato dal rispondere di reati comuni di fronte alla giustizia del proprio Paese. Un voto a favore dell’immunità in questo contesto potrebbe non essere percepito come la difesa di un principio, ma come una protezione a favore della persona, minando la fiducia dei cittadini nella parità di trattamento di fronte alla legge.
In sintesi, la difesa dell’immunità nel primo caso è un atto di coraggio e di coerenza democratica. La sua applicazione nel secondo caso, invece, solleverebbe un’altra domanda fondamentale per la democrazia italiana: il Parlamento protegge se stesso o i suoi membri, a prescindere dal reato commesso?
Come diceva Ugo La Malfa, «il Paese ha fame di moralità». Per questo un Parlamento forte – come sappiamo bene noi repubblicani, paladini della Repubblica e garanti dei valori della sua Costituzione – deve saper riaffermare il principio che i diritti o si difendono per tutti, o non si difendono affatto.
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