È tornata la guerra fredda, solo che è assai calda.
L’economia non può rimanere fuori da queste dinamiche, anzi il mondo finora globalizzato rende l’economia un’arma di guerra e potenzialmente di distruzione di massa. Dove non arriva un missile arriva una sanzione o una concorrenza sleale, arriva il dumping, arrivano i dazi e tutte le altre armi che la scienza economica ci fornisce.
In guerra però, oltre a evitare il fuoco nemico, è necessario evitare il fuoco amico e gli errori strategici che costano sempre molto caro.
È con questa logica che possono essere lette le durissime dichiarazioni dell’amministratore delegato dell’ENI, Claudio Descalzi, che senza mezzi termini ha bocciato le soluzioni green attuali.
Si badi bene che oggi la ENI, grazie anche all’operato dell’abile manager Descalzi, è una azienda fiore all’occhiello del paese e molto impegnata anche nel campo delle energie pulite, con dei programmi per il raggiungimento del “net zero carbon” e dei progetti per le rinnovabili portati avanti attraverso Eni Plenitude ed Enilive, entrambe di prossima quotazione in borsa.
Insomma, la ENI è in prima linea nei confronti della transizione energetica ed ecologica.
Claudio Descalzi, però, sa bene anzi benissimo che l’energia è un settore strategico per la nazione e per l’Europa e oggi, momento in cui la geopolitica è piuttosto calda, non ci si possono permettere errori su un settore così centrale.
Il 5 ottobre, durante la Giornata dell’Economia tenutasi a Milano, il manager ha parlato apertamente di “stupidità” e ha bollato come atteggiamento “insulso e ridicolo” la focalizzazione europea sul settore automotive, che ricordiamo prevede lo stop alla vendita di veicoli a motore endotermico dal 2035.
“Gli argomenti del biocarburante o dell’automotive sono solo una parte del trend europeo. Non dobbiamo farci schiacciare dalle ideologie di una minoranza in Europa, dobbiamo avere una visione globale. […] Non voglio essere anti-europeo ma anche la stupidità uccide e ci sta uccidendo”, ha detto Descalzi, facendo notare come negli ultimi 20 anni l’Europa abbia perso molto terreno nei confronti della Cina e degli USA.
“Abbiamo spinto molto sul terziario, ma il secondario e il primario sono quasi atrofizzati. Le tecnologie sono bellissime, ma senza un’industria adeguata non si può trovare spazio per il potenziale della tecnologia e dell’energia” ha concluso l’AD di ENI.
Questa è la vera e inarrestabile transizione in atto: più l’economia si sviluppa più il settore che diviene preponderante sono i servizi, cioè il settore terziario a scapito del primario e del secondario che, appunto, Descalzi ha definito “atrofizzati”.
“La scelta di concentrarsi sul terziario è stata presa sulla spinta della globalizzazione, ma la globalizzazione funziona quando non ci sono tensioni geo-politiche né una forte concorrenza” e, aggiungiamo noi, questa scelta o naturale evoluzione economica ha diversi rischi. Il primo è la bassa occupazione che generalmente i servizi offrono rispetto agli altri settori, il secondo è la difficoltà a riconvertire rapidamente il terziario in primario e secondario, cosa necessaria se la tensione geopolitica raggiunge i massimi livelli. Senza industria le guerre le perdi al primo colpo sparato.
Si badi bene prima di saltare sulla sedia; l’AD di Eni, che sa bene il peso che hanno le sue dichiarazioni, non ha detto di essere contrario alla transizione energetica ma che sia necessario spostare il focus, al momento principale se non unico, dall’automotive e in particolare dallo stop ai motori endotermici anche ad altri aspetti della questione come i biocarburanti o e-fuels, già approvati per la Germania, ma non solo.
Le nuove tecnologie green sono le classiche disruptive innovations, innovazioni distruttive, perché cambiano il pacchetto di performance rispetto alle precedenti.
Se prima bisognava produrre energia ora bisogna produrla in modo pulito, ecco il nuovo pacchetto di performance. Il problema è che all’inizio del loro ciclo, quando non sono ancora mature, le innovazioni distruttive sono meno performanti rispetto a quelle precedenti: produco energia in modo pulito ma ne produco meno.
Il risultato ce lo dice Descalzi: “l’Europa è l’unica ad averle ridotte [le emissioni] ma oggi è costretta a importare ben più di quanto esportava 20 anni fa da quei Paesi che invece hanno portato avanti le proprie industrie”.
Si apre qui il problema del doppio standard: da un lato ci sono paesi che si impegnano nella transizione green caricandosi i costi in termini economici ed occupazionali, dall’altro ci sono paesi che non lo fanno, producendo però gli stessi beni (che esportano verso i primi) a prezzi più bassi e concorrenziali. Ecco spiegata la necessità di dazi, che risultano necessari per riequilibrare un mercato che evidentemente premia i furbetti.
Stando al “CO2 emissions of all world countries, 2022 Report” della UE (dati 2021) la Cina è il maggiore produttore di CO2 al mondo, produce infatti il 33% del totale delle emissioni mondiali. Seguono gli Stati Uniti (7,5%), l’India (7%) e la Russia (5%). Tutta l’Unione Europea ne produce per il 7,30% mondiale.
Facile dire: facciamo pagare alla Cina, con dazi pesanti, il costo della transizione energetica. Prima bisogna capire chi pagherebbe il dazio: graverebbe sulla Cina per diminuire l’export o sulle aziende e i consumatori europei per diminuire l’import? In entrambi i casi rimane il problema identificato a monte: la produzione.
Quei beni, a quei prezzi, li produce solo la Cina. La nostra competitività rischia di essere fortemente compromessa da una politica green che sbagliasse il tiro e in questo momento ne gioverebbero nazioni di un blocco sempre più ostile.
Che si fa?-







