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Non viviamo ancora in un mondo comune

di Giuseppe D'Acunto
22 Ottobre 2024
in Cultura
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In uno degli ultimi libri da noi usciti di Judith Butler (Che mondo è mai questo, tr. it. di F. Zappino, Laterza, Roma-Bari 2023, pp. 136), una tra le filosofe contemporanee più influenti sulla scena internazionale, anche per i suoi contributi innovativi nel campo delle questioni di genere, leggiamo: «la possibilità di un mondo vivibile dipende da un mondo abitabile». E uno dei modi per rendere il nostro mondo più abitabile sta nell’ampliare il più possibile proprio il concetto di genere. Nella contrapposizione fra sesso e genere è riposta, infatti, la chiave della proposta teorica della filosofa americana, la quale, mentre vede nel primo ciò cui noi siamo consegnati fin dalla nascita, così che esso viene dotato di un profilo esclusivamente medico e legale, conferisce al secondo, invece, un carattere «performativo», in quanto lo collega con lo sviluppo delle nostre relazioni interpersonali e lo coglie in relazione con il nostro ambiente di appartenenza. 

Venendo alla pandemia, che è la condizione sotto cui, da qualche anno, ci troviamo a vivere, essa va inquadrata, per Butler, nel contesto della distruzione ambientale e del cambiamento climatico, nella misura in cui in tutti e tre i casi l’interdipendenza globale si pone come una questione di vita o di morte. Pertanto, per quanto i tre fenomeni siano distinti l’uno dagli altri, essi si connettono fra loro strettamente e si intensificano a vicenda. O meglio, è proprio la pandemia che ha configurato secondo nuove modalità gli altri due. «Durante la pandemia […] abbiamo […] vissuto indistintamente in relazione a un senso diffuso di malattia e di morte. La malattia e la morte hanno saturato letteralmente l’aria». E ciò a tal punto che una ricaduta di tutto questo si è avuta anche nella guerra in Ucraina, nel modo in cui si è visto, ad esempio, come sono stati ammassati i cadaveri nei rifugi sotterranei o sui mezzi di trasporto.

Per Butler, si è venuta a creare così una situazione paradossale, perché, per quanto la pandemia si sia imposta come un fenomeno globale, essa, facendo venire ovunque alla luce diseguaglianze sociali ed economiche, nonché mancanza di equità nella distribuzione delle risorse, ha accentuato il fatto che noi «non […] condividiamo un mondo comune. […] Il “comune”, in altre parole, non è ancora di questo mondo». Quel che manca di fondamentale al nostro mondo è cioè il senso che esso stesso ci si possa offrire come uno «spazio di comune appartenenza».

Inoltre, in relazione ancora alla pandemia, se, da un lato, il rilancio dell’economia, dopo le situazioni di lockdown, è molto importante, specialmente per le classi più povere, le quali, se non lavorassero, sprofonderebbero nella povertà e nell’indebitamento, dall’altro, proprio questo rilancio, potrebbe comportare, per molte persone, malattia e morte. Per chi vive solo ed esclusivamente del proprio lavoro, si solleva così il seguente interrogativo: «perché devo lavorare per “guadagnarmi da vivere”, se “guadagnarmi da vivere” mi fa morire? Non si tratta più solo dell’alternativa “o lavoro o morte”, bensì del fatto che si muore di lavoro, come conseguenza del lavoro, anche se il lavoro è ciò di cui si ha più bisogno per vivere».

Ora, questa contraddizione era già stata messa in luce da Marx, con la differenza però che egli l’aveva vista innescata non, ovviamente, dalla pandemia, ma dal modo di produzione capitalistico, nella misura in cui esso non tutela la salute del lavoratore. E mentre una tale situazione, per il filosofo tedesco, può essere superata unicamente dal superamento del modo di produzione in questione, per Butler, essa può risolversi solo attraverso l’istituzione di un reddito minimo garantito. «Se il reddito fosse garantito, infatti, nessuno, per vivere, dovrebbe svolgere un lavoro nocivo per la propria salute». 

In sostanza, i calcoli e le speculazioni di mercato che hanno caratterizzato la ripresa dell’economia, dando per scontato che la morte di intere fasce di persone fosse il prezzo necessario da pagare per la “salute” di quest’ultima, hanno presentato un tale sacrificio come “ragionevole” in seno alla razionalità del sistema capitalistico. Contrariamente a tutto ciò, «dal momento che la razionalità di mercato non esaurisce la razionalità in senso più ampio, […] dobbiamo affermare il valore incalcolabile di ogni vita». Il punto è però che la richiesta di un tale riconoscimento non deve far appello a paradigmi e categorie sociali già esistenti, perché quel che si richiede è, piuttosto, «la trasformazione radicale di ciò che intendiamo con “valore”». Si tratta di rivendicare cioè che il valore intrinseco della propria vita eccede le leggi di mercato, così che il mondo sia strutturato in modo tale da «agevolarne la prosperità». Cosa che «dovrebbe valere non solo per la propria vita, ma per tutte le vite».

Foto Natura morta con graviole (part.) di Cornelis de Man | Rijksmuseum Amsterdam | CC0

Giuseppe D'Acunto

Giuseppe D’Acunto: ha insegnato presso le Facoltà di Filosofia de «La Sapienza» e dell’Università Europea di Roma. È direttore editoriale della rivista di filosofia on-line «Consecutio temporum», condirettore della rivista di filosofia «Azioni Parallele», nonché membro del Comitato Direttivo del «Centro per la Filosofia Italiana»

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