Milano, città cosmopolita ed europea, diede i natali nell’autunno del 1881 al senatore Giulio Bergmann, uomo politico cosmopolita ed europeo. Figlio dell’avvocato di fede israelita e origine austriaca Giuseppe Bergmann, “padrone ferratissimo di varie lingue”, fin da giovanissimo si prestò all’attività politica nei Giovani Liberali di Giovanni Borelli, condividendone le idee liberal-nazionaliste e monarchiche.
Interventista volontario, nel primo conflitto mondiale combatté sul Monte Grappa, guadagnando per sé conferimenti e apprezzamenti. Nel dopoguerra fu presidente della federazione provinciale milanese dell’ANC – Associazione Nazionale Combattenti – e consigliere comunale della maggioranza Mangiagalli, che nel 1923 istituì l’Università degli Studi di Milano. Messo sotto osservazione dal regime fascista nel corso degli anni ‘30 per aver espresso severe critiche nei confronti dei provvedimenti antidemocratici, già da presidente dell’ANC, con le leggi razziali dovette rifugiarsi in Svizzera (della cui “neutralità, non indifferente ma ricca di umanità” fu sempre riconoscente).
La Svizzera fu per il suo percorso umano e politico una tappa fondamentale. Non solo perché poté studiare da vicino quel federalismo repubblicano – o repubblicanesimo federale – così peculiare, che tanto aveva ispirato Carlo Cattaneo, ma anche perché poté entrare in contatto con molti esuli italiani antifascisti, in gran parte aderenti a Giustizia e Libertà. Giulio divenne così, da monarchico e nazionalista, un repubblicano ed un europeista, e aderì al Partito d’Azione. Le colpe della Monarchia di fronte al Fascismo e alle infami leggi razziali erano per lui imperdonabili.
L’adesione al repubblicanesimo si confermò quando, a guerra conclusa, aderì al Partito Repubblicano Italiano – allora guidato da Randolfo Pacciardi, eroe della Guerra Civile Spagnola – nelle cui fila venne eletto senatore, nel 1948. I punti di riferimento della sua attività parlamentare furono due: Mazzini e Cattaneo. Del primo prese il pensiero, l’idea di Repubblica, di patria universale, l’esempio della Giovine Europa; del secondo l’azione, il pragmatismo tutto lombardo, l’idea di autonomia locale. Tentò di unire le aspirazioni dei due grandi pensatori: l’integrazione europea perché avrebbe impedito nuove guerre nel vecchio continente; l’autonomia locale perché avrebbe rifondato l’Italia dal basso, dopo il centralismo dell’era fascista.
Per l’Europa formulò la proposta di un vero e proprio parlamento europeo. Per l’Italia, nel segno del decentramento, si battè per la creazione delle regioni e dei consigli legislativi regionali (istituiti solo molti anni dopo, nel 1970). Tra il ‘49 e il ‘53 fece parte a Strasburgo, rappresentando l’Italia, dell’assemblea costitutiva del Consiglio d’Europa: tra le sue battaglie, un’Europa senza dogane, il mercato unico europeo. In patria, invece, sostenne fino all’ultimo e con coerenza lo smantellamento di quegli apparati burocratici “imbevuti di centralismo e autarchia” sopravvissuti all’avvento della Repubblica.
Fece parte del comitato direttivo del Movimento Federalista Europeo. Morì il 5 marzo del 1956 all’ISPI di Milano, durante un convegno sull’ONU, non senza aver indicato nell’unitarismo di Mazzini e nel federalismo di Cattaneo “una via di pace, di saggezza, di umanità”.








Bel pezzo complimenti ad Antonelli?