Quando si parla di caccia, il ministro Lollobrigida sembra avere una formula magica: “più è, meglio è”. Ormai, a forza di assistere alle sue uscite e alle sue proposte legislative, sembra quasi di assistere a uno spettacolo di Zelig politico, dove ogni puntata ci regala la solita gag del “torniamo indietro” a colpi di decreti e ampliamenti vari. Questa volta, però, il palco è quello dell’ambiente, e il rischio è che, invece di far ridere, si finisca per fare danni irreparabili.
La sua ultima trovata? Una proposta di legge che mira ad allargare le possibilità di caccia ben oltre i limiti già stabiliti, con la leggerezza di chi pensa che il patrimonio naturale sia un buffet a cui attingere senza ritegno. È il solito “ritorno al passato” con un’aggiunta di retrogusto amaro, perché mentre il mondo intero corre verso una maggiore tutela della biodiversità, Lollobrigida ci propone di fare il passo indietro più lungo della storia recente.
E qui arriva il bello (o il brutto, a seconda dei punti di vista): il solito errore di pensare che più animali si possono cacciare e con meno regole, più si fa “bene”. Peccato che la natura non sia un gioco con vite infinite da sprecare. La gestione della fauna richiede equilibrio, competenza scientifica e soprattutto rispetto dei cicli naturali, non un “liberi tutti” in salsa venatoria condito da slogan e proclami che più che rassicurare, preoccupano.
Detto ciò, va fatto un doveroso distinguo: la necessità di controllare alcune specie considerate “nocive” o invasive è reale e riconosciuta anche dal PRI. Gestire queste popolazioni è fondamentale per salvaguardare gli equilibri degli ecosistemi e proteggere altre specie più vulnerabili. Ma attenzione a non confondere questa esigenza con una deregulation venatoria generalizzata, che rischia di trasformare il territorio in una sorta di far west, dove la caccia si estende senza limiti né criteri scientifici.
Certo, va detto: l’attività venatoria ha radici profonde nelle nostre tradizioni e, se ben regolata, può coesistere con la tutela ambientale. Ma la caccia non è una giostra da allargare a piacimento, né una battaglia di libertà dove chi grida più forte ha sempre ragione. Qui serve responsabilità, visione e soprattutto lungimiranza; qualità che, ahinoi, sembrano un po’ latitare nella proposta del ministro.
Proprio per questo il PRI si fa carico di un ruolo serio e concreto. Da sempre, il nostro impegno è rivolto a costruire una convivenza tra attività venatorie e tutela del patrimonio comune. Non ci interessa cavalcare mode o fare proclami ad effetto: sosteniamo una caccia compatibile con la conservazione dell’ambiente e delle specie che lo abitano, perché senza biodiversità non c’è futuro né per la natura né per le tradizioni.
La nostra sfida quotidiana è proporre un modello che riconosca il diritto alla tradizione venatoria, ma che soprattutto protegga ciò che di più prezioso abbiamo: la natura, con la sua complessità e i suoi equilibri delicati. Perché l’ambiente non è un palcoscenico per sketch improvvisati, ma un patrimonio comune che richiede cura, rispetto e responsabilità.
Alla fine, il dibattito sulla proposta Lollobrigida dovrebbe spingerci a riflettere su un punto fondamentale: la sostenibilità non è un optional da togliere e mettere a seconda dell’umore politico. L’ambiente non può aspettare che qualcuno decida di rallentare con la politica dei “tutto e subito”, perché – ironia della sorte – a volte tornare indietro significa proprio perdere ciò che abbiamo faticosamente costruito.
E mentre assistiamo a questa ennesima “puntata” del cabaret politico, il PRI resta fermo nella sua battaglia per un equilibrio reale, serio e rispettoso tra tradizione e tutela, senza cadere nelle trappole delle scorciatoie facili e dei colpi di scena populisti. Perché, alla fine, la natura non è un palcoscenico, ma la nostra casa comune.
licenza pixabay







