Ho letto con attenzione e rispetto le osservazioni dell’amico Salvatore Zoccali, che con molta lucidità ha voluto rispondere a un mio recente intervento a margine di un articolo di Stefano Folli. Quando si parla di conflitto israelo-palestinese, il rischio di restare intrappolati nella retorica è sempre alto, ma se vogliamo mantenere ferma una visione politica e culturale fondata sulla coerenza, dobbiamo partire da alcuni punti fermi.
Il primo è questo: il Partito Repubblicano Italiano sta con Israele perché Israele è una democrazia liberale, parte integrante dell’Occidente e dei suoi valori. E i valori, come ha giustamente osservato Zoccali, hanno valenza universale. Non possono valere a Tel Aviv e non a Gaza, né a Ramallah né a Teheran. Questo ci impone di tenere ferma una posizione di principio: difendere Israele non significa essere complici delle scelte di Netanyahu, così come sostenere il diritto dei palestinesi a vivere in libertà e sicurezza non implica in alcun modo legittimare Hamas.
Hamas non è il popolo palestinese. È una organizzazione terroristica, finanziata e armata dal regime iraniano, che ha sequestrato Gaza e trasformato la sofferenza di un popolo in strumento politico e militare. Da anni, attraverso una strategia sistematica di radicalizzazione e di odio, agisce per alimentare il conflitto, sabotare ogni processo di pace e compromettere la legittimità di ogni forma di rappresentanza palestinese democratica.
E qui veniamo al secondo punto. Il governo Netanyahu, come ogni governo democratico, è legittimamente criticabile. Le sue scelte, soprattutto in questa fase drammatica, rischiano di indebolire proprio quel patrimonio civile e democratico che fa di Israele una democrazia. E tuttavia, è proprio la capacità della società israeliana di dissentire, manifestare, protestare apertamente, anche in tempo di guerra, a confermare che siamo di fronte a un Paese libero, in cui la critica politica non è reato e in cui la separazione dei poteri non è uno slogan.
Non può dirsi altrettanto per Hamas. E nemmeno per l’Iran, che resta il grande burattinaio di molte crisi regionali. È dunque evidente che ogni giudizio sulla guerra non può ignorare la dimensione geopolitica che la alimenta.
A questo proposito, è lecito interrogarsi – come fa Salvatore – su affermazioni ambigue come quella del cancelliere tedesco Merz (“Netanyahu fa il lavoro sporco per noi”). È una frase infelice, che apre scenari inquietanti. Se riferita all’azione di contenimento del regime iraniano, possiamo comprenderne l’origine, pur senza condividerne il cinismo. Ma se si estende a ciò che accade a Gaza, allora non è solo infelice: è inaccettabile. I valori dell’Occidente si difendono anche e soprattutto con il limite della legge, con il rispetto dei civili, con la distinzione tra terrorismo e diritti umani.
In questo quadro, va collocato anche il riaccendersi delle tensioni internazionali, come dimostrato dai recenti attacchi a siti sensibili iraniani su decisione dell’amministrazione Trump.
Che si condividano o meno, sono un segnale inequivocabile della gravità del contesto: l’Iran, teocrazia armata e repressiva, non può dotarsi di capacità nucleari senza diventare una minaccia esistenziale per la stabilità del Medio Oriente e per la pace globale.
Ma è proprio in questo contesto che i partiti politici, in particolare quelli che si richiamano alla cultura democratica e riformista, sono chiamati a prendere posizioni chiare. Non si può continuare a restare in bilico, oscillando tra equidistanze e ambiguità. Chi tace sulle responsabilità di Hamas, chi non distingue tra Israele e una teocrazia armata, chi non condanna apertamente il terrorismo, finisce col minare la credibilità dell’intero campo progressista.
Infine, Salvatore pone una questione fondamentale: la disaffezione crescente verso la politica, dovuta alla percezione che le parole servano più a evitare che a chiarire. E qui non posso che concordare. I cittadini chiedono coerenza, non retorica. E questa coerenza si misura non tanto con gli slogan, quanto con la capacità di affrontare i nodi della storia senza girare lo sguardo.
Noi repubblicani non siamo spettatori neutrali. Stiamo con la democrazia, con chi la difende, con chi chiede libertà a Teheran e con chi protesta a Tel Aviv. Stiamo con ogni popolo, incluso quello palestinese, che aspira a vivere in pace, libero da dittature, da occupazioni e da strumentalizzazioni ideologiche. Questo è il nostro posto, oggi come sempre, nella storia e nella politica.
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