Che il mancato raggiungimento del quorum fosse un esito ampiamente prevedibile non sorprende. Ma proprio per questo, impone una riflessione politica lucida e profonda.
Solo due settimane fa, il Paese intero si interrogava sulla scarsa affluenza alle urne in occasione delle elezioni europee e amministrative. Una tendenza già evidente con le regionali dello scorso novembre. Il dato era allarmante, e da destra a sinistra si levavano voci di preoccupazione per un crescente distacco dei cittadini dalla politica.
Eppure, di fronte a un referendum popolare, lo strumento più alto di democrazia diretta previsto dalla nostra Costituzione, non solo non si è fatto nulla per promuovere la partecipazione, ma si è assistito con sconcerto a esponenti delle istituzioni, comprese alcune delle più alte cariche dello Stato, che hanno pubblicamente annunciato la propria astensione, invitando di fatto i cittadini a fare altrettanto.
Che il “non voto” sia ormai parte integrante del nostro paesaggio elettorale è innegabile e siamo consapevoli che è legittimo considerare l’astensione una forma di espressione politica. Tuttavia, ciò che è legittimo sul piano formale non è automaticamente legittimo sul piano etico.
Ed è proprio qui che si concentra il vero nodo della questione. Se l’astensione è già discutibile quando praticata da cittadini disillusi, diventa un atto gravissimo quando a praticarla sono coloro che hanno il compito di rappresentare e difendere le istituzioni democratiche.
La fuga dalle urne non uccide solo la politica, ma uccide la Polis, perché la cittadinanza non è solo un diritto ma è una responsabilità collettiva e chi ha un ruolo pubblico dovrebbe esserne il primo custode.
Il danno che ne deriva è duplice: da un lato, si svuota di significato il referendum, che da strumento di partecipazione e confronto si riduce a formalità inascoltata; dall’altro, si trasmette ai cittadini l’idea che non valga la pena impegnarsi, decidere, scegliere.
Eppure, come repubblicani, continuiamo a credere che la democrazia sia un valore da coltivare e un impegno quotidiano da onorare.
C’è inoltre un effetto distorsivo ancora più preoccupante che deriva dalla crescente disaffezione al voto: quello dei numeri. Una bassa affluenza altera radicalmente i rapporti di forza e consente a minoranze organizzate di trasformarsi in maggioranze assolute.
Disertando le urne, si consegna il governo a pochi, sperando che quei pochi, un giorno, scendano a uno.
Basti pensare al dato delle elezioni politiche del 2022: il 26% ottenuto da Fratelli d’Italia equivale, in realtà, a poco più del 12% degli aventi diritto. Eppure questa sproporzione non sembra destare alcuna preoccupazione in chi oggi governa, anzi viene accompagnata da una narrazione trionfante e autocelebrativa.
È dunque necessario avviare una riflessione severa. E da repubblicani, la rivendichiamo con forza.
Occorre agire su due fronti: da un lato, investire seriamente in una vera educazione civica, non come materia scolastica marginale, ma come autentica pedagogia civile che insegni a ciascun cittadino, sin dalla giovane età, il valore della partecipazione, della responsabilità, della cittadinanza attiva.
Dall’altro lato, è indispensabile intervenire con una riforma autentica dell’istituto referendario, che restituisca autorevolezza, chiarezza e incisività a uno strumento fondamentale della democrazia diretta, oggi troppo spesso ingessato, svilito o ostacolato.
In questo senso, l’errore del governo è stato ancora più evidente. La scelta di non accorpare i referendum alle elezioni amministrative rappresenta una responsabilità politica pesante.
Una scelta che, pur non modificando l’esito referendario – data la limitata entità dei comuni coinvolti – avrebbe comunque consentito di risparmiare milioni di euro pubblici, ridurre l’impiego delle forze dell’ordine e, soprattutto, lanciare un segnale chiaro di rispetto verso la partecipazione democratica.
Si è preferito invece alimentare una logica oppositiva, esasperare il clima e contribuire ulteriormente alla fuga dei cittadini dalla democrazia.
Chi ama la Repubblica non può accettare tutto questo in silenzio. Perché la democrazia non è un automatismo: va coltivata, alimentata, vissuta ogni giorno. E ogni giorno va difesa, anche da chi, pur rappresentandola, la svuota con il proprio esempio.
Siamo certi che i repubblicani non smetteranno di farlo, forti di una storia che ha sempre creduto nella libertà responsabile, nei diritti come nei doveri, e nella sovranità popolare come fondamento dello Stato.
Per questo rilanciamo con determinazione la proposta di una riforma seria dei meccanismi referendari e un nuovo impegno per l’educazione civica.
Perché, come ricorda la Costituzione, la Repubblica è di chi partecipa, e il silenzio delle urne, se ignorato, rischia di diventare anche il silenzio della democrazia.
Il PRI non rinuncia alla propria vocazione. Continuerà a difendere gli strumenti della democrazia, anche quando appaiono svuotati. Continuerà a denunciare la retorica populista dell’astensione. Continuerà a credere che il voto sia il più alto esercizio di libertà in una Repubblica.
Perché una Repubblica vive di senso civico e se i diritti rendono gli uomini uguali, i doveri li rendono liberi. E non c’ nessun diritto del popolo sovrano che sia più dovere del voto. Questo, per noi repubblicani non è solo uno slogan ma è la bussola di un impegno che, dalla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, non conosce ancora stanchezza.







