Piergiorgio Vasi del Pri di Ravenna ci ha inviato il seguente articolo
Il recente Meeting di Rimini ha offerto, come di consueto, uno spaccato profondo e articolato sulle inquietudini e le speranze del nostro tempo. Tra i molti interventi, le riflessioni di Mario Monti e del Presidente Sergio Mattarella sono tornate a interrogare la coscienza europea, toccando un nervo scoperto: la distanza, non solo geografica, tra le istituzioni dell’Unione e i suoi cittadini.
Il punto cruciale, però, va oltre la semplice assenza fisica dagli emicicli di Strasburgo o Bruxelles. Il cuore del problema è che spesso non si fa politica europea sui territori. Si è ridotta l’idea della rappresentanza a una questione di presenza in aula, di ore contabilizzate, di visibilità istituzionale. Nulla di più lontano dall’essenza stessa della democrazia, che è prima di tutto servizio.
Il lavoro del parlamentare europeo – come di ogni vero rappresentante del popolo – non è un “lavoro” nel senso mercantile del termine; è un servizio. E come tale, non si misura dal tempo trascorso sulla poltrona di un parlamento, ma dalle energie spese a tessere quella delicatissima e indispensabile tela di connessione tra la vita reale delle comunità e la macchina amministrativa e normativa.
Il servizio si misura nelle ore passate ad ascoltare le imprese che innovano, le scuole che educano, i territori che si spopolano. Si vede nella capacità di tradurre bisogni concreti in normative visionarie, che non si limitano a gestire l’esistente ma che cercano di anticipare il futuro. L’obiettivo è creare un quadro giuridico ed economico che permetta alla personalità di ciascun individuo di svilupparsi pienamente, senza però schiacciare quella degli “altri”, in un equilibrio armonioso tra libertà individuale e bene comune.
È qui che il richiamo di Monti e Mattarella incontra la prospettiva mazziniana, offrendo una lente potentissima per diagnosticare il malessere europeo. L’Europa che abbiamo costruito non è certo quella sognata da Giuseppe Mazzini con la sua “Giovane Europa”, un’entità politica e morale fondata su un patto di popoli liberi e uguali, uniti da un destino comune e da ideali di progresso e fratellanza. Non è l’Europa degli Stati Uniti d’Europa vagheggiati da Garibaldi, che subito dopo l’Unità d’Italia esortava i governanti del continente a completare l’opera, comprendendo che la libertà delle nazioni era indissolubile dalla loro unione.
Ma, come ha sottolineato Orban, piaccia o meno, l’Unione Europea è nata come un progetto al servizio degli Stati membri, e non viceversa. È un’istituzione nata dal basso, per proteggere e amplificare la sovranità dei suoi componenti in un mondo globale, non per annientarla. Tuttavia, questa verità è stata spesso travisata, creando mostri burocratici e una deriva tecnocratica che ha dimenticato l’anima.
E forse, non è neppure l’Europa immaginata dai padri fondatori come Schuman, De Gasperi e Adenauer. Per loro, l’integrazione economica era semplicemente il mezzo, un linguaggio concreto per seppellire secoli di odi e guerre e costruire una pace duratura. Il fine era profondamente politico e, osiamo dire, mazziniano: l’unione dei popoli per un destino superiore.
Oggi, quel fine si è opacizzato, sostituito dalla logica del mercato e della governance fine a se stessa. La poltrona ha preso il sopravvento sulla piazza. E, come ha lucidamente affermato il glaciale Monti, la situazione è ormai evidente a tutti: o si cambia o si muore.
Il cambiamento non può che passare da un ritorno all’etica del servizio. Serve una nuova classe di leader europei che, ispirandosi a quel sogno mazziniano, agiscano prima di tutto come cerniera e non come barriera. Che siano presenti non solo a Bruxelles, ma nelle periferie esistenziali e geografiche del continente. Che lavorino per costruire un’Europa che sia finalmente un faro di diritti, di opportunità e di coesione, non un freddo calcolatore di parametri economici.
L’Europa è nata come servizio agli Stati per garantire la pace. Oggi, per sopravvivere, deve trasformarsi in un servizio ai cittadini per garantire il futuro. È ora di riscoprire quella scintilla ideale e, come insegnava Mazzini, di unire i popoli non solo per interesse, ma per dovere e per amore







