«Bello come l’Apollo di Fidia, come Milone di Crotona robusto, Cantoni, il coraggioso volontario di Forlì, destava l’ammirazione universale degli uomini quando alla testa de’ suoi militi assaltava il nemico d’Italia, e quella delle donne, – e le donne sì che sanno apprezzare il bello e valoroso uomo». Con queste parole Giuseppe Garibaldi descrive il forlivese Achille Cantoni nell’incipit del suo romanzo «Cantoni il volontario». L’Eroe dei Due Mondi dedicò un romanzo al patriota che gli salvò la vita, nel corso della battaglia di Velletri del 19 maggio del 1849, sul finire della stagione (breve, ma intensissima) della gloriosa Repubblica Romana.
Molto note sono le gesta belliche del Generale, conosciuto (e spesso travisato) ne è il pensiero politico, mentre oggi (quasi) destinate all’oblio sono le fatiche letterarie di Giuseppe Garibaldi. Peccato, perché Garibaldi scrisse moltissimo e non fu autore mediocre, così come frettolosamente affermato da alcuni critici letterari (a volte abituati a dar patenti senza sfogliare i testi recensiti). Basta leggere le sue monumentali «Memorie» per poter rendersi conto delle capacità letterarie di un autore in grado di raccontare con semplicità i fatti di una vita eccezionale e ricca di spunti, evitando artifici retorici e inutili sofisticazioni. E negli ultimi anni numerosi studiosi si sono resi conto del fatto che, al di là di alcuni eccessi emotivi, lo stile di Giuseppe Garibaldi è tutt’altro che antiquato (per i lettori del tempo) e inutilmente ampolloso, ma efficace e diretto. Naturalmente, si coglie l’intento pedagogico di Garibaldi in una età durante la quale si dovevano “formare” le coscienze di una Nazione in cui gli esempi e gli slanci epici del Risorgimento non erano stati accompagnati da una reale e omogenea trasformazione sociale. Inoltre, le istituzioni spesso avevano agito senza sensibilità, lontane dalla fratellanza teorizzata dai Padri dell’unità d’Italia. Oltre alle già citate «Memorie», il Generale nizzardo scrisse poesie, si cimentò nella redazione di endecasillabi per un «Poema autobiografico» e fu autore di ben quattro romanzi: oltre a quello in cui magnificava la figura di Cantoni, scrisse «Clelia, il governo dei preti», «I Mille» e «Manlio» (quest’ultimo pubblicato postumo).
Il primo romanzo è, per l’appunto, quello dedicato al giovane romagnolo e intitolato «Cantoni il volontario»: fu pubblicato per la prima volta dall’editore milanese Enrico Politti nel 1870 (ne seguì una seconda edizione nel 1873). Garibaldi avrebbe voluto affidare a Sonzogno una edizione completamente rivisitata del romanzo, ma il progetto non si concretizzò (D. L. Massagrande, Una disavventura editoriale di Garibaldi. Lettere di Giuseppe Garibaldi nell’Archivio Marcora delle Raccolte Storiche del Comune di Milano, in Il Risorgimento, febbraio 1990, pag. 161). Negli Anni Ottanta dello scorso secolo l’editore Reverdito diede nuovamente alle stampe il romanzo, accompagnato da una appassionata prefazione di Giovanni Spadolini.
Significative sono le premesse che si leggono nel testo (e che vennero replicate negli altri romanzi garibaldini). I più nobili ideali avevano mosso il Generale a diffondere presso il pubblico i suoi scritti, tanto da chiarire: «Non potendo operare altrimenti, ho creduto ricorrere all’opera della penna: 1. Per ricordare all’Italia molti de’ suoi valorosi, che lasciarono la vita sui campi di battaglia per essa. Alcuni son conosciuti, e forse i più cospicui, ma molti dormono ignorati, che non furono da meno dei primi. A ciò mi accinsi, come a dovere sacro. 2. Per trattenermi colla gioventù italiana sui fatti da lei eseguiti, e sul debito sacrosanto di compire il resto, accennando colla coscienza del vero le turpitudini, ed i tradimenti dei reggitori e dei preti. 3. Infine, per ritrarre un onesto lucro dal mio lavoro».
Rileggendo il romanzo dedicato ad Achille Cantoni si colgono perfettamente i primi due obiettivi. Non si sa se il terzo (quello di «ritrarre un onesto lucro» dall’opera) abbia prodotto risultati concreti. Del resto, è ben noto che il rapporto tra Garibaldi e il denaro non fosse dei più fortunati, essendo il comandante delle Camicie Rosse poco interessato ai volgari metalli. Ma chi era Achille Cantoni? Era nato a Forlì nell’agosto del 1835, figlio di Nicola Cantoni, commerciante nella città romagnola, e di Vincenza Ghinassi. Laureatosi in giurisprudenza a Siena, esercitò la professione di avvocato e fu sempre pronto a mettersi a disposizione dell’eroe in camicia rossa. Definito da Garibaldi «volontario e non soldato», difese Roma nel 1849 e il Generale gli attribuì il merito di avergli salvato la vita durante una battaglia nei pressi di Velletri, allontanando un dragone borbonico che stava per colpirlo a morte. Nel 1859 prese parte alla seconda Guerra di indipendenza. Nella sua città fu comandante della Guardia Nazionale e nel 1866 fu di nuovo a fianco di Garibaldi durante la terza Guerra di indipendenza. Il 3 novembre 1867 trovò la morte durante la battaglia di Mentana, mentre era a capo della quarta Colonna dei volontari italiani, assieme a Francesco Vigo Pelizzari. Quest’ultimo faceva parte dei Mille «prodi cui fu duce Garibaldi» e anch’egli morì sul campo durante la sfortunata battaglia.
Del patriota forlivese (definito da Garibaldi «figlio prediletto delle Romagne») si hanno notizie soprattutto grazie al romanzo, che contribuì a trasformare il giovane nel simbolo dell’attaccamento ai valori che sempre avevano animato le azioni del Generale: difesa della libertà e amor di Patria. Nel romanzo Cantoni cade assieme alla moglie Ida durante quella battaglia alla quale Victor Hugo avrebbe addirittura dedicato un poema epico. Nulla si sa su questa figura femminile, che – secondo Garibaldi – avrebbe accompagnato Achille sin dalla difesa della Repubblica Romana (tanto da travestirsi da uomo per seguire il suo amato). Tuttavia, nel romanzo appare fortissima quella presenza femminile. Ida non è solo un personaggio romantico, ma rappresenta un vero e proprio simbolo, incarnando la fusione tra l’amore privato e l’amore per la patria, seguendo un percorso in cui il sentimento individuale si unisce con l’ideale collettivo.
Nel romanzo si legge di un interesse morboso di un prelato libidinoso (don Gaudenzio) nei confronti della giovane, rapita e liberata: sono pagine in cui Garibaldi intende rappresentare la Patria tenuta in ostaggio dagli uomini di Chiesa lontani dall’insegnamento di Cristo. Come anticipato, Ida muore durante la battaglia di Mentana del 1867 assieme al suo Achille. E, con quel sacrificio, la giovane sposa del patriota forlivese non viene raffigurata come semplicemente vittima innocente, ma come autentica eroina, trasformata da Garibaldi in potente archetipo in grado di raccontare ai posteri il valore delle donne italiane durante il Risorgimento.







