La riflessione proposta da Enzo Cheli sul Corriere della Sera di oggi, con la lucidità e la competenza del giurista che ha attraversato da protagonista molte stagioni istituzionali, ci invita a considerare con attenzione non solo il merito, ma soprattutto il significato profondo delle riforme costituzionali in discussione.
L’autunno che si appresta a venire sarà un banco di prova cruciale per il futuro della nostra democrazia. Dopo l’approvazione in prima lettura della riforma dell’ordinamento giudiziario, il centro del dibattito tornerà a essere il cosiddetto “premierato”, una proposta già votata al Senato che mira a introdurre l’elezione diretta del Presidente del Consiglio da parte dei cittadini. Una riforma che, come ricorda Cheli, non ha nulla a che vedere con i modelli anglosassoni cui pure si richiama retoricamente, ma che rischia di trasformarsi in un meccanismo di concentrazione del potere personale, privo dei contrappesi propri delle democrazie presidenziali.
Il tema, dunque, non è solo tecnico, e ancor meno può essere ridotto alla necessità di “governabilità” o “stabilità”. Il nodo vero è politico e culturale: siamo di fronte a un disegno che punta a riscrivere l’architettura costituzionale del nostro Paese, spostando il baricentro della democrazia dalle istituzioni alla persona, dal pluralismo al maggioritarismo, dal confronto al comando.
Ma sarebbe un errore credere che questo terreno sia nato oggi, per caso. Il solco nel quale si sta innestando il progetto di riforma del governo Meloni è stato preparato con metodo, negli anni, da Silvio Berlusconi, attraverso una pianificazione culturale e comunicativa scientifica.
Dallo sdoganamento della parte politica ancora legata alla memoria della RSI, al ridisegno di un modello culturale che fa del disprezzo della competenza un vanto, Berlusconi ha contribuito a trasformare profondamente l’immaginario collettivo. I social media sono la rappresentazione plastica di questa deriva: piattaforme in cui bugie ripetute a suon di like diventano verità introvertibili, dove singoli cittadini si improvvisano leader di chat e blog, influenzando migliaia di persone senza alcuna trasparenza, senza alcun vincolo di responsabilità.
In questo clima si prendono di mira istituzioni, personalità pubbliche, strutture democratiche, con un vero e proprio bombardamento quotidiano, diretto o indiretto, che erode la fiducia pubblica pezzo dopo pezzo. È su questo terreno avvelenato, fatto di delegittimazione e manipolazione, che si innestano le riforme costituzionali dell’attuale governo. Ed è per questo che, al di là del merito, risultano pericolose per la tenuta democratica.
Il Paese ha bisogno di riforme, sì. Ma non di rivoluzioni travestite da efficienza, né di scorciatoie che conducono ad assetti autoritari. Servono riforme vere, fondate sulla partecipazione, sul confronto, sull’equilibrio.
Come repubblicani, dobbiamo dirlo con chiarezza: il progetto di premierato rappresenta una rottura con la storia costituzionale dell’Italia democratica. Una storia che ha trovato il suo fondamento nella centralità del Parlamento, nella separazione dei poteri, nel pluralismo delle rappresentanze e nel ruolo di garanzia delle istituzioni, a partire dal Presidente della Repubblica. Non a caso, il nostro sistema parlamentare ha saputo resistere, pur tra mille contraddizioni, alle spinte populiste e alle derive personalistiche che altrove hanno prodotto danni profondi.
Non è un caso, come ricorda Cheli, che questa riforma trovi il suo perno in una maggioranza politica che, per la prima volta, include una forza tradizionalmente ostile ai valori fondanti della Repubblica del 1948. È lecito interrogarsi su quale tipo di visione costituzionale si voglia affermare. Perché, a ben vedere, non si tratta di “rafforzare il governo” – obiettivo peraltro legittimo – ma di indebolire gli equilibri che garantiscono il rispetto delle minoranze, l’autonomia del Parlamento e il ruolo delle istituzioni di garanzia.
Cheli parla di una “rivoluzione culturale”. È un’espressione forte, ma appropriata. Perché ciò che è in gioco è la stessa identità della democrazia italiana: resteremo ancorati al modello della democrazia liberale, fondata sulla partecipazione e sull’equilibrio dei poteri? O ci avvieremo verso una democrazia autoritaria o “populista”, che affida tutto alla legittimazione diretta e plebiscitaria di un capo, trasformando il voto in un’investitura assoluta?
Il premierato così concepito, senza contropoteri, senza bilanciamenti, senza un vero rapporto fiduciario con il Parlamento, non è solo un’anomalia istituzionale. È una minaccia culturale, perché si nutre della sfiducia nella democrazia rappresentativa, della retorica anti-istituzionale, della semplificazione mediatica e della disintermediazione digitale. È figlio di un tempo inquieto, dove, come scrive Cheli, “gli umori variabili di un corpo sociale sempre più distante dalla politica” rischiano di essere cavalcati anziché interpretati.
Tutto questo, non a caso, avviene in parallelo con riforme che toccano giustizia, informazione e sicurezza: i tre campi in cui più chiaramente si disegna la linea di frattura tra una democrazia che include e protegge, e una che controlla e impone.
Per noi repubblicani, difendere oggi la Repubblica parlamentare non è nostalgia del passato, ma fedeltà al futuro. Non è conservatorismo, ma responsabilità. Significa lavorare per riformare (sì, riformare) ma dentro il solco della Costituzione, per renderla più efficiente, più trasparente, più capace di affrontare le sfide del nostro tempo, ma senza rinnegarne le fondamenta.
Ecco perché la battaglia che si profila all’orizzonte non è tecnica né astratta, ma profondamente politica e democratica. Si concluderà, come previsto, con un referendum popolare. E sarà in quella sede che il popolo italiano dovrà decidere se restare fedele a una Repubblica dei diritti, dei doveri e delle libertà, o consegnarsi a un sistema fondato sul primato del potere personale.
Noi, dalla parte della Costituzione, saremo pronti a far sentire la nostra voce.
museo del Risorgimento mazziniano Genova







