Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
La decisione della Commissione europea di includere gli “investimenti in centrali nucleari” tra le misure che possono beneficiare della flessibilità di bilancio prevista per rafforzare la sicurezza energetica rappresenta un’importante opportunità per l’Italia.
La decisione arriva dopo la richiesta del Governo italiano di estendere all’energia la clausola di flessibilità già prevista per la spesa per la difesa (la cosiddetta “National Escape Clause”). La crisi dello Stretto di Hormuz ha infatti mostrato ancora una volta quanto la nostra economia sia esposta agli shock geopolitici sui mercati delle materie prime energetiche, con conseguenze sui costi sostenuti da famiglie, imprese e pubbliche amministrazioni e, quindi, sulla crescita e sulla finanza pubblica.
La richiesta italiana si inserisce peraltro in un quadro particolarmente delicato: da un lato, la procedura per deficit eccessivo che riguarda il nostro Paese (che la Commissione ha ritenuto possa essere tenuta “in sospeso”, sulla base dell’azione intrapresa dal Paese); dall’altro, la necessità di aumentare la spesa per la difesa in conseguenza degli impegni assunti dall’Italia in sede NATO ed europea.
Per il triennio 2026-2028, la flessibilità riconosciuta dalla Commissione consente una deviazione fino allo 0,3% del PIL all’anno e allo 0,6% cumulativo. Per l’Italia (PIL 2025 pari a 2.258 miliardi) si tratta di una capacità di spesa nell’ordine dei 14 miliardi di euro complessivi.
Avremmo preferito che il Governo affrontasse gli effetti della crisi di Hormuz attraverso una riduzione mirata dell’ingente spesa pubblica corrente, recuperando al suo interno le risorse necessarie senza ricorrere a nuovo indebitamento. Ma, una volta riconosciuta questa possibilità a livello europeo, riteniamo positivo che essa possa essere utilizzata per investimenti destinati a ridurre strutturalmente la vulnerabilità energetica del Paese. E tra questi investimenti rientra il nucleare.
La decisione della Commissione europea assume quindi un particolare rilievo politico. L’Europa riconosce che la sicurezza energetica non può essere affidata a una sola fonte e che il nucleare può contribuire, insieme alle rinnovabili, alle reti e agli accumuli, a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili e dalle importazioni di energia. È una posizione che il Pri sostiene da sempre e che potremmo definire quasi “identitaria”.
La reintroduzione del nucleare civile nel mix energetico italiano è infatti una battaglia storica dei repubblicani, la cui attualità è stata confermata dagli avvenimenti degli ultimi anni: dalla crisi energetica seguita all’invasione russa dell’Ucraina fino alle più recenti tensioni in Medio Oriente. Per questo abbiamo sostenuto con convinzione l’iniziativa del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin e il disegno di legge delega sul “Nucleare sostenibile”, approvato dalla Camera il 4 giugno scorso ed ora all’esame del Senato.
La maggioranza si era impegnata a completare rapidamente l’iter parlamentare, così da consentire al Governo di emanare entro la fine dell’anno i decreti legislativi necessari a costruire il nuovo quadro normativo. Questo impegno deve essere confermato.
La nuova flessibilità europea rende infatti ancora più importante procedere senza ulteriori rinvii. Le risorse che potranno essere mobilitate nel triennio 2026-2028 potranno contribuire a finanziare la fase di avvio del programma nucleare italiano: il nuovo quadro regolatorio, le attività preparatorie, la valutazione e localizzazione dei siti, la formazione delle competenze e gli strumenti necessari a favorire gli investimenti e i partenariati pubblico-privati. Non si tratta, naturalmente, di finanziare con questi strumenti l’intero costo della futura capacità nucleare italiana. Si tratta di utilizzare una finestra finanziaria europea per creare le condizioni perché quella capacità possa essere realizzata. Per questo auspichiamo che Governo e Parlamento confermino gli impegni assunti e approvino rapidamente il DDL delega, consentendo l’emanazione dei decreti delegati entro la fine dell’anno.
Il ritorno del nucleare non dovrebbe essere trasformato nell’ennesima disputa ideologica tra destra e sinistra nel supposto bipolarismo italiano. Non è una questione di parte, ma semmai una questione nazionale. Un Paese manifatturiero come l’Italia, il secondo in Europa dopo la Germania, ha bisogno di energia sicura, continua, competitiva e a basse emissioni. Il nucleare non sostituisce le rinnovabili: le completa, contribuendo a costruire un sistema energetico più diversificato e resiliente. È questa la ragione per cui il Pri continuerà a sostenere il ritorno del nucleare civile in Italia: non per una scelta ideologica, ma per una precisa idea dell’interesse nazionale. La sicurezza energetica è sicurezza nazionale. E l’energia competitiva è una condizione della competitività del Paese.






