Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
La decisione del Governo di prorogare fino al 26 agosto la riduzione delle accise sul gasolio è una risposta comprensibile all’aumento dei prezzi dei carburanti. Il meccanismo delle accise mobili consente di utilizzare parte dell’extra gettito IVA determinato dall’aumento del prezzo del petrolio. Resta però da capire se e come sarà possibile finanziare un’ulteriore proroga fino a settembre.
Il problema è che non siamo di fronte a un normale aumento del prezzo del petrolio. La crisi di Hormuz ha prodotto contemporaneamente uno shock sull’approvvigionamento del greggio e una forte riduzione della disponibilità di prodotti raffinati. Ed è proprio questo secondo aspetto che spiega perché benzina, gasolio e kerosene abbiano avuto dinamiche differenti. Il problema non è soltanto avere il petrolio: occorre poterlo trasformare nei prodotti di cui il mercato ha bisogno.
La situazione internazionale lo conferma. L’IEA (International Energy Agency) segnala che in luglio i margini di raffinazione hanno raggiunto livelli record in Europa, mentre la produzione mondiale delle raffinerie è rimasta quasi 5 milioni di barili al giorno sotto quella di un anno prima. Le esportazioni di diesel di Russia, Medio Oriente e Asia sono diminuite di 1,3 milioni di barili al giorno. È quindi ragionevole che il Governo intervenga per attenuare nel breve periodo l’impatto sui consumatori. Ma non possiamo pensare di affrontare indefinitamente uno shock dell’offerta finanziando la domanda attraverso il bilancio pubblico.
Il problema è anche temporale. Finora le scorte strategiche e commerciali hanno contribuito ad assorbire una parte dello shock, ma non sono una risorsa infinita. L’IEA segnala che gli stock mondiali osservati sono diminuiti di circa 410 milioni di barili tra la fine di febbraio e la fine di luglio. Se la crisi dovesse prolungarsi, la riduzione delle disponibilità potrebbe tradursi in una pressione ancora maggiore sui prezzi.
Per questo, accanto alle misure di sostegno, è arrivato il momento di intervenire sulla domanda.
Se lo scenario geopolitico non cambia rapidamente, il sistema Paese deve prepararsi a consumare meno carburanti, senza compromettere il funzionamento dell’economia. Le possibilità non mancano: maggiore ricorso al telelavoro, a partire dalla pubblica amministrazione e dalle grandi imprese laddove le mansioni lo consentano; potenziamento del trasporto pubblico locale e ferroviario; incentivi all’utilizzo dei mezzi collettivi; parcheggi di interscambio e mobilità condivisa; maggiore flessibilità degli orari di lavoro; politiche aziendali per ridurre gli spostamenti non necessari. Non si tratta di chiedere genericamente ai cittadini di «consumare meno». Si tratta di mettere le persone e le imprese nelle condizioni di poterlo fare.
Le risorse pubbliche disponibili, inevitabilmente limitate, dovrebbero inoltre essere concentrate dove la riduzione dei consumi non è realisticamente praticabile e dove l’aumento dei carburanti rischia di propagarsi maggiormente all’economia: innanzitutto l’autotrasporto merci e, più in generale, i settori essenziali per il funzionamento delle catene logistiche. Proteggere questi comparti significa anche limitare la trasmissione dello shock energetico all’inflazione.
Ma ridurre la domanda non basta. La crisi di Hormuz ha messo in evidenza anche la vulnerabilità della capacità di raffinazione europea. L’elettrificazione della mobilità è un processo ormai avviato, ma è ancora parziale: per molti anni benzina e soprattutto gasolio continueranno a essere indispensabili per trasporti, agricoltura, industria e logistica. L’Europa non può quindi contemporaneamente accelerare la transizione energetica e rinunciare a una quota eccessiva della propria capacità di raffinazione.
È in questo senso che condividiamo la posizione di Davide Tabarelli (La Stampa e QN, 24/8/2026) contrario all’introduzione di nuove tasse sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere. L’Italia ha già conosciuto la stagione della Robin Hood Tax, un’addizionale IRES che la Corte costituzionale ha successivamente dichiarato illegittima nella sua configurazione originaria. Oggi il comparto energetico è inoltre già destinatario di una maggiorazione IRAP di due punti per gli esercizi successivi al 2025. Non è questa la strada per rafforzare la sicurezza energetica.
La risposta pubblica dovrebbe essere piuttosto quella di creare le condizioni perché in Europa rimanga, e dove possibile torni, una capacità adeguata di raffinazione, considerandola per quello che è: un’infrastruttura strategica per la sicurezza economica del continente.
Il punto, insomma, non è scegliere tra taglio delle accise e aumento dei prezzi, né tra sostegno ai consumatori e rigore di bilancio. È necessario fare entrambe le cose: mitigare nel breve periodo gli effetti dello shock senza alimentare artificialmente la domanda e, contemporaneamente, intervenire sulle cause strutturali della vulnerabilità italiana ed europea.
Il Governo dovrebbe quindi agire sia sul piano nazionale sia in sede europea, privilegiando interventi a basso impatto sulla finanza pubblica e concentrando le risorse dove producono il maggiore effetto sulla resilienza del sistema: trasporto pubblico e collettivo, mobilità elettrica, efficienza, telelavoro, infrastrutture energetiche e capacità di raffinazione. Non partiamo dall’anno zero. Molti strumenti esistono già: vanno potenziati, rimodulati o, dove necessario, ripristinati, coinvolgendo attivamente le Parti Sociali nella loro definizione ed attuazione.
La vera sfida è però un’altra: comprendere che la crisi che stiamo gestendo potrebbe non essere transitoria. Se così è, non possiamo continuare a rispondere a ogni aumento del prezzo del petrolio con una nuova misura emergenziale finanziata dal bilancio pubblico. La politica energetica deve tornare a essere politica industriale. E l’obiettivo non può essere soltanto abbassare oggi il prezzo alla pompa ma fare in modo che il prossimo shock trovi un’Italia meno dipendente, meno esposta e più capace di reagire.
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