Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
L’ultima rilevazione OCSE-PISA, il famoso test che ogni tre anni “fotografa” le competenze dei quindicenni nei paesi industrializzati, ha consegnato nuovamente ai policy maker europei un referto che non lascia spazio a facili ottimismi. Se da un lato i dati confermano il consueto divario tra i giganti asiatici e l’Occidente, dall’altro emerge con drammatica chiarezza il sostanziale ristagno – se non il vero e proprio arretramento – delle competenze matematiche e di comprensione del testo tra i giovani del Vecchio Continente.
L’Italia, come al solito, tiene il passo della media OCSE. Ma tenere il passo di una media che scende, come si suol dire, è come ancorarsi a un relitto che affonda: significa galleggiare senza avanzare. Il nostro Paese si colloca in una terra di mezzo, lontana dai vertici e, purtroppo, spesso più vicina al fondo del barile quando si analizzano le sacche di disagio del Sud o le fragilità nelle competenze logico-matematiche. È un quadro desolante che, ancora una volta, dovrebbe suonare come un campanello d’allarme per un sistema scolastico che sembra aver smarrito la bussola.
In questo mare di dati e percentuali, si leva la voce di molti pedagogisti e opinionisti che ritengono che la scuola moderna non debba più dare nozioni, ma debba dare gli strumenti per saper leggere la molteplicità di informazioni che ogni giorno vengono prodotte dai social e dall’intelligenza artificiale.
Ora, con tutto il rispetto per il dibattito che anima il mondo della scuola, è lecito fermarsi un attimo e riflettere: è davvero così? È giusto bandire le “nozioni” dalla scuola dell’obbligo per trasformare le aule in laboratori di decostruzione dei media?
C’è una pericolosa caduta logica in questa narrazione. Certo, nelle scuole superiori, dove i ragazzi hanno già una maturità cognitiva, è fondamentale insegnare a decifrare il flusso caotico dell’informazione, a distinguere il vero dal falso e a smascherare i bias dell’algoritmo. Ma ridurre tutto a questo, estendendo il concetto alla scuola primaria e secondaria di primo grado, è un grave errore di prospettiva.
Alle elementari e alle medie, la possibilità di apprendimento è più viva che mai. È in quell’età che si costruisce l’impalcatura della conoscenza. Si chiamano “nozioni di base”, e sono ciò che permette al cervello di svilupparsi: la tabellina che diventa calcolo mentale, l’analisi logica che diventa pensiero critico, la storia antica che diventa senso della durata, la geografia che diventa consapevolezza dello spazio.
Senza un bagaglio solido di nozioni, senza quei “pilastri basilari” che sono le fondamenta della cultura occidentale e mondiale, si rischia di creare individui che sanno “leggere” la fonte di una notizia, ma che non hanno gli strumenti culturali per comprenderne il contenuto profondo. Se un ragazzo non conosce la storia, come potrà capire le implicazioni geopolitiche di una guerra? Se non conosce la matematica, come potrà seguire un ragionamento statistico, per quanto ben confezionato da un algoritmo?
Il timore è che, inseguendo a tutti i costi le “soft skills” e il pensiero computazionale, si stia costruendo una generazione di automi raffinati: perfettamente in grado di destreggiarsi tra le interfacce dei social e i chatbot dell’IA, ma tragicamente incapaci di contribuire all’arricchimento dello scibile umano. Persone magari scettiche sulle fake news, ma povere di idee originali perché il loro “serbatoio” culturale è vuoto.
Per affrontare il mondo, per dominare i nuovi sistemi di comunicazione e non esserne dominati, non basta l’ingegno. Serve la sostanza. La conoscenza non è un orpello, ma il carburante del pensiero. Senza nozioni, si naviga a vista; con le nozioni, si traccia una rotta. Se la scuola italiana, per adeguarsi a mode pedagogiche effimere, continuerà a smantellare lo studio della grammatica, del latino, della storia e della matematica in nome di una “didattica delle competenze” generica e spesso evanescente, il prossimo rapporto OCSE non farà che certificare il fallimento.
La sfida della modernità non è scegliere tra nozioni e competenze. La sfida è usare le prime per costruire le seconde. Ma se eliminiamo le fondamenta, tutto il castello crollerà. E i nostri ragazzi, pur essendo magari abili “navigatori” del web, rischieranno di essere eterni naufraghi nel mare della conoscenza.
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