Pierre Zanin della Direzione nazionale ci ha inviato il seguente articolo
Ho letto con attenzione l’intervento dell’amico Franco Floris e lo ringrazio per aver rilanciato un dibattito essenziale: quello sul futuro del centro nella politica italiana.
Non condivido tuttavia la sua conclusione secondo cui la politica italiana preferirebbe un “centro tattico”, utile solo a superare la soglia di sbarramento, piuttosto che un “centro valoriale” fondato su un autonomo progetto di lungo periodo.
Questa descrizione è corretta per molta politica italiana attuale, ma non per tutti.
Non per il PRI, che da oltre un secolo custodisce e interpreta il patrimonio del repubblicanesimo laico e liberaldemocratico.
E non per quella parte dell’elettorato che nel 2022 ha assegnato il 7,7% dei voti a una proposta di centro riformatore, il Terzo Polo di cui il PRI è stato parte, dimostrando che lo spazio politico esiste, eccome.
Il vero problema non è l’assenza di una cultura politica o di un progetto per il Paese.
Due a mio avviso le questioni.
La prima: la qualità media della classe dirigente.
Lo dico senza giri di parole: negli ultimi anni la qualità complessiva della classe dirigente dei partiti centristi è stata modesta.
Non sono mancati i contenuti, né gli elettori: sono mancati i gruppi dirigenti capaci di far vivere quei contenuti in un progetto politico stabile, serio, orientato al governo.
Su questo punto si può e si deve intervenire.
Come? Con iniziative di formazione politica strutturate che supportino il ricambio generazionale. Penso al rilancio delle scuole di partito, al coinvolgimento delle fondazioni di area liberaldemocratica (FE, FULM), ad investimenti su luoghi di elaborazione culturale permanenti, come per esempio l’Academy Spadolini, che dovremmo valorizzare e potenziare.
Un centro riformatore senza una classe dirigente preparata, ovvero dotata di competenze tecnico-politiche supportate da chiavi di lettura storiche, è destinato a ricadere in personalismi sterili se non distruttivi.
La seconda: l’illusione del “partito unico” dei liberaldemocratici.
Serve un “Patto di consultazione” stabile tra le forze liberaldemocratiche che: rispetti identità e autonomie; definisca sedi comuni di confronto; elabori e definisca posizioni politiche condivise; gestisca le alleanze elettorali in modo strutturato e chiaro.
Questo è ciò che non si è fatto nel 2022, ed è ciò che il PRI dovrebbe proporre adesso ad Azione, Partito Liberaldemocratico e Ora!
In questo percorso, il PRI può svolgere un ruolo importante.
Per storia e tradizione culturale, il nostro partito può essere l’architrave morale e metodologica di un nuovo centro riformatore, la forza che ricorda alle altre che la politica di ampio respiro nell’interesse del paese non si costruisce su progetti personali, ma su valori, obiettivi e metodo politico.
Non rivendichiamo primati.
Rivendichiamo un metodo: la democrazia, la laicità, l’europeismo, la cultura istituzionale, la responsabilità pubblica, il rigore.
Dunque, guardando al 2027, oltre alla costituzione del “Patto”, la priorità è un programma di governo liberaldemocratico per l’Italia.
Su questo non voglio dilungarmi. Per il momento, mi limito a segnalare che le “5 riforme per rilanciare il PIL” proposte da Carlo Cottarelli sono un ottimo punto di partenza.






