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Alfabetismo costituzionale di ritorno

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
28 Luglio 2024
in L'editoriale
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L’alfabetismo costituzionale si è rarefatto nella Repubblica dal momento in cui i partiti sottoscrittori della Costituzione, sono stati fulminati come mai accadrà a Casa Pound. I partiti antifascisti avevano una parte del finanziamento illegale perché vennero perseguiti al punto che Randolfo Pacciardi nel 1926 fu costretto a fuggire sui tetti di casa senza una lira in tasca. Cercammo vanamente di spiegare al dottor Di Pietro le ragioni del perché imprenditori finanziassero determinate forze politiche senza esservi costretti. La passione e l’appartenenza tramandate per generazioni a lui incomprensibili. Perché in nero? Per non essere ricattati da altri. Quanto ai conti all’estero, il Pri non ne aveva, non era parte di un movimento internazionale. Il Psi, si, l’Internazionale socialista e altrettanto dovrebbe averne avuti il Pci, mai li avessero contestati. La situazione della Dc era più confusa. C’erano corruttori, corrotti e complici nella vita politica del paese? Ci sono pure adesso, che venissero portati a regolare processo, magari contenendo l’effetto stampa. Capita che gli imputati vengano assolti e non interessino più a nessuno.

Pigiati nel tritacarne mediatico giudiziario, quei partiti che pure erano tutelati dalla stessa Costituzione, subito modificarono l’articolo 68. Così venne aperto un contenzioso fra Parlamento e procure che ancora non si è risolto. Dalla cancellazione delle norme Transitorie, che in quanto tali dovrebbero continuare a transitare anche perché “finali”, alla riduzione dei parlamentari, che pensate costano troppo, ne abbiamo viste di tutti i colori e ancora ne vedremo. Eclatante la riscrittura dell’intero Titolo Quinto, fatta, bontà sua, da un governo posticcio, con l’acqua alla gola, a fine legislatura. Presidente del consiglio Giuliano Amato, anno 2000. Allora il Pri in maggioranza chiese ai suoi alleati, D’Alema e Veltroni e al presidente del Consiglio, di evitare una simile forzatura. Per tutta risposta fu spaccato il gruppo parlamentare repubblicano, un suo deputato venne nominato sottosegretario al governo e tanti saluti da parte dell’onorevole Mussi, capogruppo pds o come si chiamava. Poi uno si chiede perché il Pri lasciò l’Ulivo prodiano di cui pure era fondatore. La modifica del Titolo V aveva un anacronismo, ovvero il fatto che mai il governo procede a delegare i poteri alle Regioni sua sponte. Sono le Regioni e le opposizioni a richiedere semmai tali deleghe, dal momento che un governo ha sempre l’interesse a concentrare. Guardate Lincoln con la Virginia, quanto era disposto a differenziare.

Il partito comunista fu il primo partito federalista in Italia, perché una volta cacciato dal governo De Gasperi, contava di aumentare il suo peso nell’Emilia Romagna dove era ben radicato. Lo stesso fu poi per la Lega in Lombardia, tanto che il professor Miglio, consulente del presidente emiliano romagnolo comunista Fanti, lo divenne di Bossi e Calderoli, allora definiti “costole della sinistra”. Adesso che Salvini ministro promuove l’autonomia differenziata si ritrova a contestare lui stesso le leggi sulla viabilità a Bologna e pure almeno il traffico locale dovrebbe essere regolamentato dal comune. Vallo a dire ad un forsennato centralista come Salvini. Senza arrivare agli eccessi di Salvini, due governi forti, dopo quello debolissimo di Amato, si resero conto della necessità di salvaguardare il principio dell’interesse nazionale, Berlusconi nel 2001 e Renzi nel 2014. Purtroppo tanto confuso fu il loro disegno complessivo che gli italiani nemmeno si accorsero della parte riformatrice del Titolo V e bocciarono tutte le proposte nei referendum. Ora anche l’attuale governo ha preso il toro per le corna, nemmeno a dirlo, dalla parte sbagliata. Cerca un equilibrio con un provvedimento combinato, la riforma delle funzioni del presidente del Consiglio, insieme alla autonomia differenziata che esalta le prerogative delle Regioni. Una formula sicura per spaccare il paese definitivamente, ciascuna forza tirerà la corda già lisa dalla sua parte.

La riforma Calderoli è fondata su un presupposto costituzionale e godendo già di un referendum favorevole nella Regione Veneto, se mai venisse bocciata referendariamente e ce ne vuole con il tasso di astensionismo, sarà semplicemente riformulata daccapo. Il quesito referendario dice “vuoi abolire la legge del 25 giugno 2024?” Se rispondi si, Calderoli ne presenterà una identica il 25 giugno del 2025. Non serve un referendum su una legge che viene sollecitata dalle stesse Regioni. Serve un intervento sul testo costituzionale che la consente, altrimenti si dovrà fare un referendum a legislatura contro una qualche nuova legge dell’autonomia. Magari, persino Schlein, Conte e Renzi ne presenteranno una loro per ottenere quella della Toscana.

Il partito repubblicano italiano può vantare di non aver mai sottoscritto proposte referendarie sulle leggi ordinarie dello Stato e a meno che si tratti di diritti fondamentali si tiene tradizionalmente lontano dalle soluzioni referendarie. Il Pri difende il principio della Repubblica parlamentare dal 1948. Se passa l’idea che il popolo debba ratificare, modificare o cassare le leggi del Parlamento per via referendaria, si dà vita ad in un altro tipo di regime, tale per il quale, bisognerebbe chiedersi se il federalismo di Calderoli non sia preferibile.

Galleria della presidenza del Consiglio dei ministri

Tags: CalderoliDe Gasperi
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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