Anche «Il fulmine della soggettività. Attraversamenti hegeliani dall’infinita periferia», che ho recentemente pubblicato con Morlacchi, al Salone Internazionale del Libro di Torino. Qui il testo del mio intervento.
Io vi dovrei spiegare in poco tempo, perché ho scritto questo libro. E sta tutto nel titolo in realtà. La soggettività, che, chiaro, buttata così resta tutta da definire. E il Fulmine, che abbiamo voluto richiamare nell’immagine di copertina. La soggettività, o meglio il senso della soggettività, la coscienza di essere un Io che produce, è qualcosa come un fulmine che per un attimo rischiara. Noi non sappiamo dire con precisione cosa voglia dire ‘io’. Associamo l’idea di io a qualsiasi cosa. Alla coscienza, al corpo, al sentimento. Io sono questo che in questo momento vi vede, ed è settato in questo spazio e in questo tempo. Io sono questo oggetto di 94 chili, ahimè, seduto su questa sedia. Io sono il sentimento che sento, io sono il mio amore, il mio desiderio, la mia paura. Sembra che non ci sia nemmeno un che che possa unire tutte queste idee di io, per cui l’impressione è che il concetto di io sia qualcosa di simile a un sacco dove dentro ci metto tutte le cose che voglio. Lo definisco per progressiva addizione di qualcosa. Questo il senso anche della citazione del canto della perla che appare in esergo al volume. No. Hegel, nella sua Enciclopedia dei saperi, affida ad una delle tre discipline che si occupano dello spirito soggettivo, la Psicologia speculativa, il compito di dimostrarci cos’è questa funzione unitiva della molteplicità empirica che chiamiamo soggetto e come funziona.
A partire dall’Intelligenza, che è un po’ la protagonista della prima parte del mio volume, quella dedicata al passaggio da Intelligenza a Volontà. Hegel è precedente al grande dibattito sull’intelligenza. Ci sono gli studi di Alfred Binet, inizialmente influenzato dalla frenologia e quindi convinto che l’intelligenza fosse proporzionale alla grandezza del cranio. Ecco, poi si è allontanato da questo suo primo approccio, ed è ricordato oggi per aver elaborato per primo la scala metrica per la valutazione dell’intelligenza per prevedere eventuali difficoltà scolastiche degli allievi nelle scuole. Certo, era uno strumento empirico, che non aveva la capacità, come la tradizione speculativa vuol fare, di cogliere l’essenza, restava qualcosa che Hegel avrebbe chiamato di ‘estrinseco’ al divenire di qualcosa che è simile a uno sviluppo, un processo. Dalla scala di Binet gli psicologi americani, contro le stesse intenzioni del suo ideatore che aveva paura delle etichette, inventarono le teorie ereditarie del Quoziente di intelligenza, il QI. Ci sono psicologi come Terman e Yerkes che si sono collocati su questa linea, ma soprattutto Henry Herbert Goddard. La scala da lui divulgata fu utilizzata per misurare l’intelligenza intesa come abilità singola ed ereditaria. Goddard usò la parola di origine greca moron per indicare gli adulti che, secondo le misurazioni effettuate, dimostravano di avere un’età mentale che oscillava tra gli otto e i dodici anni.
Fu Spearman ma soprattutto un suo allievo, a stabilire quindi che l’inteligenza sia un che di materiale che si può localizzare e quantificare. Ed è Cyril Burt, l’allievo appunto, a maturare l’idea che l’intelligenza sia qualcosa di ereditario, qualcosa risultante da fattori biogenetici su cui l’ambiente ha ben poche possibilità di intervento. Solo negli anni cinquanta del novecento, con Howard Gardner, si comincia a parlare di intelligenze multiple e a intenderle come capacità adattive, abilità cognitive non riducibili a cosa, difficilmente misurabili e non esclusivamente ereditarie. Il dibattito della psicologia sull’intelligenza si dovrebbe completare con maggior cura, ma non spetta certo a me approfondirlo. L’ho citato solo per dire cosa? Che anche le psicologie empiriche vanno nella direzione della psicologia speculativa. Hegel, anche in questo caso, non è qualcosa che lasci alle spalle, ma qualcosa che trovi davanti a te. Quando si dice che bisogna andare con Hegel oltre Hegel, vuol dire questo. Il Sistema, cioè l’idea che tutti i saperi siano correlati, va attualizzato e verificato, ma non si può rinunciare all’idea che la filosofia è la visione di un tutto sistematico, perché senza questo compito, la filosofia per Hegel diventa sono una “filastrocca di opinioni”, un chiacchierare qualificato ma buono per i social.
Perché è dall’Intelligenza che si sviluppa la Volontà, di questo si parla nel mio libro, ma, e qui forse c’è un tratto di originalità, è anche il fondare di una visione politica. Perché la libertà è lo spazio in cui si muove la mia volontà, e siamo nel dominio della filosofia del diritto, ed è a partire dalle volontà dei soggetti che si costruisce lo Stato. Le poche persone che mi seguono sanno che anche altrove io ho ritenuto che questa sia la differenza della tradizione repubblicana, terza via rispetto alle teorie liberali in cui esiste solo il soggetto, con i suoi diritti, e nessuno stato, a rischio però di avere una società di atomi egoisti, belligeranti e conflittuali e le teorie stataliste, a cui Popper ascrive erroneamente anche Hegel, in cui si impone lo Stato al singolo, annullandolo come oggi in Corea del Nord e poco tempo fa in Italia con la dittatura sanitaria di Speranza.
Quindi la soggettivà è un cantiere in costruzione, dove l’oggetto della costruzione è il suo soggetto. È un progressivo mettersi a fuoco che è un processo di Bildung. Di costruzione. La cultura è messa a fuoco di una consapevolezza. La consulenza filosofica, ho detto più volte, può essere lo spazio in cui questo percorso si può fare. Nella scuola e nelle università è già più difficile. Nella triplice divisione della cultura proposta da Dwight McDonald, questo tipo di cultura è quella aristocratica, nobile. Che ha poco a che spartire sia con la cultura di massa che con la cosiddetta mezzacultura, che è quella del mainstream, dei salotti buoni, sempre a favore di mercato e quindi sempre a patteggiare comunque con il gusto di una massa che si chiama pubblico. E McDonald non conosceva ancora i social. La Bildung come luogo di definizione e crescita dello spirito, senza compromessi. Ecco, questo mio libro deve servire anche a questo. A invitare a recuperare spazi, per sottrarci al mediocre che avanza. Abbiamo costruito un sistema che ci persuade a spendere il denaro che non abbiamo, in cose di cui non abbiamo bisogno, per creare impressioni che non dureranno, su persone che non ci interessano, scriveva Gauvreau. Ecco a cosa serve recuperare una dimensione autentica dell’io.
E dovrei chiudere con i ringraziamenti. A partire dall’editore che ha pubblicato questo lavoro in una collana così importante e così bella. E il direttore di quella collana, Antonio De Simone, che presiede un qualificato comitato scientifico di cui ha fatto parte tra gli altri anche Remo Bodei. Ma c’è un autore in questa collana, Romano Ruggeri, che è recentemente scomparso. Ecco a lui voglio dedicare la chiacchierata di questa mattina.







