C’è un paradosso formidabile, quasi grottesco, nel desiderio di una nazione purificata dalla presenza straniera, ancorché si tratti nei fatti del desiderio inconscio del proprio collasso economico e sociale. Chi oggi invoca un’Italia popolata e vissuta quasi esclusivamente da italiani compie un esercizio di totale astrazione dalla realtà materiale, ignorando la mappa geografica e sociale che tiene in piedi il Paese. Il nostro quotidiano, dal cibo che troviamo a tavola alle case in cui viviamo, fino alla cura dei nostri affetti più fragili, si regge su un’infrastruttura silenziosa di braccia, sudore e fatiche che la demografia e le legittime aspirazioni degli italiani hanno da tempo lasciato scoperte. Chiedere la purezza etnica in questi settori è una dichiarazione di analfabetismo economico. Eppure questa narrazione prospera, poiché la propaganda semplice funziona sempre dove le domande complesse fanno paura.
È qui che si palesa la tara genetica della nostra storia politica, quella costante che Indro Montanelli aveva sintetizzato con una metafora di spietata lucidità quando affermava che “gli italiani non sanno andare a destra senza finire nel manganello”. Questa frase svela l’incapacità cronica del Paese di concepire un conservatorismo moderno, liberale e maturo, capace di governare i flussi per salvare pensioni e industrie. La destra nostrana, al contrario, abdica regolarmente alla complessità, poiché governare la realtà richiede competenza, serietà e scelte impopolari. E così preferisce prendere la scorciatoia autoritaria, indicando il nemico alle masse, si tratti di immigrati invasori o dell’Europa usurpatrice, solleticando il risentimento identitario e promettendo la forza come strumento di governo in luogo della Costituzione quale terreno irrinunciabile di confronto.
Questa pulsione reazionaria e umorale abita profonda nel DNA di tutta la destra italiana, quandanche indossasse la maschera rassicurante e patinata del berlusconismo, vera incubatrice dello sdoganamento del linguaggio da bar e del disprezzo per le istituzioni. Noi repubblicani, che della difesa delle istituzioni, della laicità dello Stato, dei diritti individuali e dell’europeismo abbiamo fatto la nostra stessa ragione d’essere, non possiamo assistere in silenzio a questo scempio. Ma per farlo con credibilità, dobbiamo guardare in faccia anche la nostra stessa storia recente e denunciare la sciagurata stagione dell’alleanza dell’Edera con il berlusconismo, voluta dalla segreteria nazionale di allora e continuata da quella successiva. Gli anni bui iniziati con il congresso di Bari del 2001 si sono tradotti in un fallimento totale, speculare e devastante: da un lato un suicidio strategico che ha azzoppato il PRI sul piano politico, con conseguenze che paghiamo ancora oggi, e dall’altro un disastro economico che ha portato alla totale distruzione del nostro patrimonio finanziario e immobiliare.
Ed è proprio questa rovina finanziaria che rappresenta l’aggravante più intollerabile di quel “baratto a perdere”, in cui l’identità dell’Edera è stata sacrificata senza produrre alcun dividendo, lasciando il movimento politicamente compromesso e patrimonialmente azzerato.
Si tratta di una stagione che pensavamo superata, eppure quella mutazione genetica resta ancora strisciante in molti repubblicani. Non a caso, anche oggi, di fronte alle sirene di un’illusoria autonomia liberaldemocratica, troppi tra noi sentono il richiamo della foresta degli istinti centristi e si lasciano sedurre da quella suggestione senza rendersi conto, nella migliore delle ipotesi, che essa rappresenta un vero e proprio cavallo di Troia. Infatti, le inerzie della politica, in un sistema rigidamente bipolare e con i rischi delle derive reazionarie in atto, portano linearmente e direttamente a destra nel momento stesso in cui si decide di interrompere il dialogo con la sinistra. L’illusione di una “terza forza” solitaria o di un’autosufficienza tattica, per quanto nobilmente suggestiva, finisce regolarmente per fare il gioco delle forze più conservatrici.
Altrettanto censurabili sono oggi i finti liberali di Forza Italia, che utilizzano la tradizione del liberalismo europeo come un semplice paravento, pronti a sacrificare principi fondanti e conquiste civili in nome dell’aritmetica di governo e della mera sopravvivenza parlamentare.
La vernice moderata di quell’area si scrosta rapidamente alla prima prova dei fatti, vieppiù esasperata dalla caccia all’ultimo voto radicale.
Non è un caso che oggi, persino a Ravenna, in una terra storicamente intrisa di valori civici e democratici, alti esponenti di Forza Italia cedano al richiamo della foresta, invocando tavoli di concertazione con il generale e le sue liste a-civiche. C’è un filo nero che unisce i vecchi compromessi agli attuali sproloqui vannacciani sui diritti di genere e sulla razza, ed è semplicemente intollerabile sentire chi si professa liberale definire le norme contro il femminicidio come una farsa. Questa non è dialettica politica ma un insulto frontale alla dignità delle donne e dello Stato, una vergognosa strizzata d’occhio a una visione patriarcale, proprietaria e violenta che il cammino dei diritti civili avrebbe dovuto seppellire per sempre.
Il manganello moderno si alimenta proprio di questo, traendo linfa dalla demolizione delle conquiste sociali in nome di un ritorno a un ordine primordiale, e si manifesta nella dimensione immateriale della propaganda social, del cinismo elettorale e del delirio pseudo-scientifico sulle minoranze. Eppure sarebbe un errore tragico pensare che quel legno nodoso sia rimasto confinato nei libri di storia, perché il desiderio di muscolarità e la fame di un ordine imposto con la forza fisica si respirano ancora nell’aria, e non da oggi. Il brutale pestaggio di San Benedetto del Tronto, dove un immigrato iracheno in evidente stato di disagio psicologico è stato preso a calci e pugni da un militante di Futuro Nazionale, è la dimostrazione plastica di questo cortocircuito. Quando la politica disumanizza il marginale e normalizza la violenza verbale contro le donne o le minoranze, il militante di strada si sente investito di una missione di pulizia, trovando normale che il corpo del più debole divenga il sacco da boxe delle proprie frustrazioni su cui esercitare quel surrogato di sovranità promesso dalle tribune politiche, dai palchi e dai talk show.
Chi cavalca questa pancia sa benissimo che si tratta di una totale abdicazione alla civiltà e allo Stato di diritto, ma sa anche che la paura, il rancore e il patriarcato tossico sono i beni rifugio più redditizi sul mercato del consenso. Di fronte a questa deriva populista e reazionaria, la vera alternativa esiste ed è una proposta politica seria, laica, profondamente repubblicana, che rifiuta di scendere a compromessi con chi soffia sulle paure dei cittadini per racimolare qualche voto. Finché continueremo a tollerare che i valori della Repubblica si sciolgano nel fango della reazione più becera, la profezia di Montanelli continuerà ad autoavverarsi, facendoci iniziare con la richiesta di ordine per finire, ancora una volta, a giustificare il sangue sull’asfalto.
Pubblico dominiio







