Piergiorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo
In un panorama politico spesso dominato da astrazioni e da un dibattito che fatica ad attecchire nella concretezza dei bisogni quotidiani, la figura di Aurelio Saffi emerge come un faro per chi cerca una via d’uscita. Non si tratta di un nostalgico ritorno al passato, ma di un recupero strategico di un metodo e di un’idea che hanno fatto grande il pensiero repubblicano, radicandolo profondamente nel tessuto sociale ed economico del paese. La proposta che avanziamo è chiara: ripetere l’esperienza che Saffi mise in campo per ridare vita al partito alla fine dell’Ottocento, partendo dal basso per riaffermare il principio mazziniano dell’«unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani».
Aurelio Saffi, definito il «primo autentico mazziniano» e considerato l’erede politico di Giuseppe Mazzini, comprese prima di altri che le idee repubblicane non potevano rimanere confinate nel dibattito teorico o nell’opposizione parlamentare . La sua strategia fu geniale nella sua semplicità: infiltrare il partito nella vita economica e produttiva della nazione attraverso tre leve fondamentali: le autonomie locali, il credito e l’associazionismo, in particolare quello agricolo, artigiano e commerciale.
Il caso di Forlì, città natale di Saffi, è emblematico. Negli anni Ottanta dell’Ottocento, i repubblicani crearono una rete di istituzioni che controllavano la vita cittadina: dal Municipio alle Opere Pie, dalla Banca Popolare alla Fratellanza Operaia . Il prefetto dell’epoca, con un misto di ammirazione e preoccupazione, descrisse questo sistema come un’organizzazione solidissima dove «chi non è repubblicano per convinzione lo diventa per interesse e procura» . Non si trattava di trasformismo, ma di “incarnare i propri principi nella realtà”, dimostrando che la Repubblica non era solo una forma di governo ma una pratica sociale.
Al centro di questa strategia vi era il principio mazziniano dell’«unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani», che Saffi perseguì con tenacia . L’obiettivo era l’emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale, non attraverso la lotta di classe, ma attraverso l’associazionismo e la cooperazione. Nel 1886, al Primo congresso dei cooperatori italiani a Firenze, Saffi lanciò il «Manifesto della cooperazione sociale», in cui definiva la cooperazione «la chiave maestra della soluzione del problema sociale», capace di conciliare il progresso delle classi lavoratrici con le leggi dell’economia .
L’associazionismo artigiano e commerciale non era per Saffi un mero strumento di mutuo soccorso, ma un germe di una nuova società. In questa visione, le cooperative di produzione e di lavoro, liberamente associate, dovevano diventare il motore dell’economia, garantendo ai lavoratori la piena proprietà dei frutti del loro lavoro . È una prospettiva che oggi, di fronte alla crisi del modello industriale tradizionale e alla precarietà dilagante, riacquista un’attualità bruciante.
La strategia di Saffi è certamente vincente ancora oggi, soprattutto perché si contrappone a un difetto congenito della politica contemporanea: la difficoltà a imporre idee di rigore economico e morale che non siano calate dall’alto ma costruite dal basso. Il rigore di cui parliamo non è l’austerità imposta da tecnocrati, ma la disciplina e l’impegno che nascono dalla partecipazione attiva e dalla responsabilità diretta nella gestione delle risorse, esattamente come avveniva nelle BCC e nei consorzi di garanzia fidi promossi in epoca saffiana .
Tuttavia, applicare questo modello oggi comporta una revisione totale del concetto di autonomia locale. I comuni, così come sono concepiti, spesso non sono più adeguati né alla reale diffusione della popolazione né alle dinamiche economiche contemporanee. Se vogliamo ripartire dal basso, dobbiamo pensare a nuove forme di aggregazione territoriale, più flessibili e funzionali, capaci di intercettare le esigenze delle comunità locali e di sostenere l’economia reale. Dobbiamo immaginare autonomie capaci di essere protagoniste nello sviluppo produttivo, come Saffi fece con il Comune di Forlì, rendendolo un laboratorio politico ed economico di primaria importanza .
Tornare all’idea di Aurelio Saffi significa riscoprire un repubblicanesimo concreto, artigiano e popolare, che non ha paura di “sporcarsi le mani” con l’economia e il territorio. Significa credere che la politica possa essere strumento di emancipazione e di sviluppo, proprio come lo fu per i repubblicani romagnoli di fine Ottocento. In un paese che cerca un nuovo modello di sviluppo, le idee di Saffi, radicate nella tradizione mazziniana, offrono una bussola per un futuro più equo e partecipato. È il momento di riprenderle in mano.
Museo nazionale del Risorgimento di Torino







