Il primo pensiero sui referendum abrogativi del 12 giugno è il ricordo di quelli del novembre del 1987. Allora si chiedeva una “giustizia giusta”, c’era stato il caso Tortora e l’indignazione del paese montò rapidamente, tanto che fu una delle poche volte che referendum su materie legislative ottennero il quorum. Oggi ci si accontenterebbe di un “giusto processo” e per quanto sia evidente che qualcosa sia rimasto inceppato nel meccanismo giudiziario, forse dieci anni per processare Berlusconi per uno scandalo rosa, sono troppi, il quorum è in forte dubbio. All’epoca, il partito repubblicano si scostò dal fronte laico, socialisti e radicali promossero il referendum. È vero i giudici su Tortora avevano sbagliato ma i limiti sulla responsabilità civile andavano comunque mantenuti per assicurare l’azione penale. Questa fu la nostra posizione di partito che praticamente in completa solitudine, Dc e Pci da contrari che erano, cambiarono idea, venne sconfitta. Eppure, la legge dello Stato con cui si rispose al referendum fu ben magra cosa. In caso di errore del singolo giudice, lo Stato pagava al suo posto e al limite poteva rifarsi. Fu in quegli anni che conoscemmo il professor Gianfranco Miglio sostenere che i magistrati dovevano essere i magistrati del re, ovvero privi di qualsiasi autonomia nei confronti del governo.
Potrà stupire ma non ricordiamo come e se mai si espresse Giovanni Falcone su quel referendum. Il suo voto, del resto non sarebbe poi così importante, visti i risultati. Quello che conta è che il giudice Falcone era per la separazione delle carriere, e non si preoccupava gran che delle correnti della magistratura, tanto è vero che convinti fosse stato eletto procuratore antimafia, ci trovammo Domenico Sica in quel posto. E chi caspita era Domenico Sica? Vallo a spiegare ad un’opinione pubblica tutta intenta ai casi di Falcone.
Proprio la settimana scorsa, l’ex giudice di Cassazione, Corrado Carnevale ha rilasciato un’intervista in cui asserisce che Falcone non era uno dei più importanti procuratori nella lotta alla mafia. Carnevale si dimentica di dirci, ha un’età beato lui, quali sarebbero poi stati i giudici migliori di Falcone. Certo non il povero Borsellino che, al limite, era alla sua altezza.
La posizione di Falcone assume una qualche rilevanza. Nessuno fuori dagli esperti allora faceva grande peso alla separazione della carriere. Gli stessi partiti politici ascoltavano i magistrati che magari volevano eleggere in parlamento. Se quelli ti dicevano che erano contrari, anche i partiti erano contrari. Corriamo il rischio che un giudice istruttore nel corso di un processo lungo magari dieci anni, faccia carriera e si ritrovi a giudicare l’istruttoria da lui stesso istruita. Un altro aspetto ancora più interessante, Falcone collaboratore del ministro Martelli nell’ultimo governo Andreotti. Allora il giudice che aumentava consensi all’interno delle correnti era il giudice Di Pietro, quello che i politici li voleva alla sbarra, non dietro una scrivania. E tanti giovani magistrati, a Milano, a Pavia, a Padova erano entusiasti del giudice Di Pietro, Falcone lo contestavano ai dibattiti.
Si è discusso molto se Falcone credesse davvero che la mafia non avesse un terzo livello o, semplicemente, se, sulle sole rivelazioni dei pentiti, riteneva che non fosse il caso di procedere per rischiare un buco nell’acqua. Una cosa va data per certa, la difficoltà per Falcone di procedere giudiziariamente sulla base di una congettura. “Non poteva non sapere”, non è una prova è appunto una congettura. Craxi non poteva non sapere, Amato invece si, Formica chissà? Difficoltà più grave stabilire l’affiliazione alla mafia quando si prefigurava l’ipotesi del concorso esterno. Per Falcone o si era mafiosi o non lo si era, e quali fossero i rapporti fra la mafia, “cosa nostra” e gli esterni ad essa, non era materia sua. Se davvero Andreotti si fosse baciato con Riina e vi fossero dei testimoni, Falcone avrebbe anche potuto avere la convinzione personale che Andreotti fosse un affiliato, ma mai lo avrebbe potuto perseguire perché un bacio, pure con un mafioso, non comporta reato.
Il sistema giustizia costituitosi dopo la morte di Falcone si riconosce davvero poco nei suoi principi. E chissà cosa avrebbe detto Falcone di un’ inchiesta sul suo ministro e collaborare Claudio Martelli causa un numero di conto su un bigliettino. Si commemora Falcone e si dimentica la sua amicizia con Martelli. Un conto è la versatilità degli ambienti della politica alla penetrazione mafiosa, un’altra sono i partiti, pilastro della costituzione repubblicana. Per lo meno era dovere costituzionale evitare che i partiti finissero risucchiati in inchieste sommarie causa le colpe, vere o presunte, dei propri dirigenti. Falcone riteneva che il sistema dei partiti e cosa nostra, fossero diversi e contrastanti, quale trattativa si possa essere mai instaurata.
Oggi un tale, non ne facciamo nemmeno il nome perché non vorremmo essere accusati di pregiudizi, ha detto il referendum è una “vendetta” della politica contro la magistratura. Per la verità noi vorremmo che si rendesse onore alla memoria dei principi del giudice Falcone, con i quali avevamo trovato una certa sintonia e dopo la sua morte non ne vediamo grande traccia. Tutta questa è comunque specifica materia dell’esame del parlamento e la Riforma Cartabia l’ha affrontata come ha potuto. Noi stessi non siamo in generale inclini al voto popolare in simili casi. Eppure per come si sono svolte le cose e visto anche quanto avvenuto dopo il referendum di 35 anni fa, non ci dispiace un pronunciamento netto per il Sì ai quesiti del 12 giugno, anzi lo riterremmo salutare per un paese che ancora viene ripreso dall’Unione europea per l’arretratezza del suo sistema giudiziario.






