Pier Giorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
I recenti, tragici episodi di violenza tra i banchi di scuola ci interrogano nel profondo, costringendoci a guardare oltre la cronaca per scorgere una frattura educativa che da tempo si sta allargando. La risposta non può limitarsi a misure di sicurezza o a sterili dibattiti sull’istruzione. Ciò che è in crisi è un’idea più vasta e nobile: quella di educazione come formazione integrale della persona, un concetto che Giuseppe Mazzini seppe declinare con straordinaria chiarezza. Per il pensatore genovese, educare significava “sviluppare l’essere umano in tutte le sue facoltà”, connettendo il sapere alla coscienza, l’istruzione ai doveri verso la comunità. È proprio questa connessione che oggi sembra spezzata, lasciando molti giovani privi di una bussola morale, capaci di risolvere il conflitto solo attraverso la sua espressione più brutale.
In questa emergenza, il ruolo della famiglia appare tanto decisivo quanto drammaticamente indebolito. Troppo spesso le famiglie sono lasciate sole, oscillando tra un senso di inadeguazione e un atteggiamento difensivo verso la scuola. Eppure, la famiglia resta il primo e insostituibile nucleo dove si apprendono, nell’intimità dei rapporti quotidiani, l’alfabeto delle emozioni, il rispetto dell’altro, il significato del limite. Chiedere oggi alle famiglie di farsi carico di questo compito senza offrire loro un sostegno concreto e una rete di supporto è una ricetta per il fallimento. L’isolamento delle famiglie è un moltiplicatore di fragilità.
È qui che emerge con forza la necessità di ricostruire e valorizzare tutte quelle organizzazioni sociali intermedie che un tempo formavano il tessuto connettivo di una comunità. Parliamo delle società sportive, dei gruppi di volontariato, delle associazioni culturali, degli oratori, delle scuole di musica e teatro. Queste realtà non sono un semplice sfogo per il tempo libero; sono palestre di vita dove i giovani sperimentano, al di fuori dei ruoli prestabiliti di figlio o studente, la lealtà di una squadra, la disciplina di un’orchestra, la gratificazione del servizio agli altri. Qui possono trovare figure di riferimento complementari – l’allenatore, il capo scout, il volontario più anziano – che offrono ascolto, modelli positivi e un senso di appartenenza basato su valori concreti. Queste organizzazioni sono gli anticorpi sociali contro la disgregazione e l’anonimato, in grado di intercettare malesseri e talenti che altrimenti rischierebbero di rimanere invisibili.
Il modello che emerge è quindi quello di un Patto Educativo Allargato, una sinergia continua e strutturata tra tre pilastri: la Famiglia, con la sua missione affettiva e primaria; la Scuola, con il suo mandato istituzionale di istruzione e socializzazione; e la Comunità, con il suo ricco ecosistema di associazioni e gruppi. Le istituzioni pubbliche devono essere il regista e il facilitatore di questa alleanza, passando da un approccio amministrativo a uno di regia comunitaria.
Questo comporta azioni precise. Occorre promuovere spazi di confronto e formazione per i genitori, non solo sulla gestione dei compiti, ma sull’educazione emotiva e relazionale, magari proprio in collaborazione con esperti delle realtà associative del territorio. È fondamentale costruire reti formali tra istituti scolastici e mondo del volontariato, dello sport e della cultura, affinché i percorsi svolti in questi contesti siano riconosciuti e valorizzati come parte integrante della crescita civica dello studente. La scuola stessa deve aprirsi, diventando un hub che invita nel suo spazio rappresentanti di queste realtà per progetti condivisi, o che indirizza strategicamente gli studenti verso esperienze extrascolastiche coerenti con un progetto educativo personalizzato.
In questa visione organica, l’insegnamento di Mazzini ritrova tutta la sua attualità. Si tratta di ricostruire attorno al giovane quella “comunità educante” che sola può trasmettere, con coerenza di messaggi, il senso di una libertà che si realizza nella responsabilità, di un io che trova la sua realizzazione in un noi. Solo quando un ragazzo si sentirà parte di un villaggio coeso che lo riconosce, lo guida e gli chiede conto, potremo coltivare quella consapevolezza personale che è l’unico vero antidoto alla violenza. Non bastano più le aule; dobbiamo ricostruire il villaggio
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