Viviamo in un’epoca che ci interroga brutalmente ogni giorno, lasciandoci addosso un senso di sbigottimento e stanchezza profonda. Guardando lo scacchiere globale, sorge spontanea una domanda che brucia: che fine ha fatto il genere umano?
Siamo immersi in un sistema che sembra aver smarrito la propria bussola morale, sostituendo i valori fondamentali con una trinità sterile: denaro, apparenza e potere.
Tutto è orientato verso questo orizzonte, mentre l’etica e la dignità umana sono state relegate in un angolo, considerate quasi come ingombri per il progresso. Si tende a giustificare un’azione sbagliata con un’altra altrettanto sbagliata, di fatto giustificando il tutto e tutti.
Ci definiamo Homo Sapiens, ma della sapienza — intesa come capacità di discernimento e cura del futuro — sembra rimasto ben poco. Lo vediamo nella gestione delle risorse: la deforestazione galoppante, lo sfruttamento estremo delle materie prime e l’ostinata dipendenza dai combustibili fossili sono i sintomi di una cecità collettiva. Stiamo sacrificando l’abitabilità del pianeta sull’altare del profitto immediato, ignorando i segnali inequivocabili di un clima che cambia sotto i nostri occhi.
Questa cecità non riguarda solo l’ambiente, ma si manifesta in modo atroce nella nostra quotidianità. Penso al dramma vissuto solo pochi giorni fa, dove molti ragazzi hanno perso la vita e altri sono rimasti feriti. È l’ennesima dimostrazione di come la logica del risparmio e del guadagno prevalga sistematicamente sulla tutela della vita. Quando si taglia sulla sicurezza per accumulare un briciolo di ricchezza in più, non siamo di fronte a una fatalità, ma a una scelta deliberata. È il fallimento del nostro essere “Sapiens”.
L’attualità politica ci mette di fronte a una realtà amara: date un briciolo di potere a un uomo e vedrete la sua vera natura. Certi “potenti”, pur nelle loro profonde differenze, sembrano accomunati da una visione in cui il dominio prevale sulla cooperazione. Le guerre inutili, le stragi che avremmo potuto (e dovuto) evitare, non sono incidenti di percorso, ma il risultato diretto di una gestione del potere che ha perso il contatto con l’umanità. Il potere, quando non è al servizio del bene comune, si trasforma inevitabilmente in una forza distruttiva e inutile.
Ciò che fa più male è la sensazione che non si tratti di casi isolati, ma di un’onda che travolge tutto. Sentiamo notizie prive di qualsiasi “umanità” spirituale o empatica. Siamo diventati ingranaggi di una macchina che macina vite, territori e speranze senza mostrare alcun rimorso. Vite giovani spezzate per negligenza o avidità sono il segno di una società che ha smesso di proteggere il suo bene più prezioso.
Potrei essere accusato di pessimismo, forse di esagerazione o da dilettante. Ma è esagerato provare dolore per un mondo che brucia? Dove vengono sacrificate vite per “un posto a tavola in più” o per un profitto extra? È esagerato sentirsi esausti di fronte alla prepotenza e all’indifferenza?
(UQuesta tristezza non è debolezza: è la reazione sana di chi possiede ancora una coscienza.
Se smettiamo di sentirci sbigottiti di fronte alle ingiustizie, allora sì che avremo perso tutto. Il primo passo per tornare a essere umani è ammettere che questa strada ci sta portando nel baratro e iniziare, con coraggio, a rimettere i valori e la sacralità della vita al centro della nostra esistenza.
Mazzini vedrebbe nella nostra società il trionfo di quello che lui combatteva ferocemente: l’individualismo astratto. Oggi siamo concentrati sui “diritti individuali”, ma abbiamo dimenticato i “doveri”.
“Perché vi parlo io dei vostri doveri prima di parlarvi dei vostri diritti? “ I diritti non servono che a migliorare le condizioni materiali; i doveri nobilitano l’anima.”
Per Mazzini, una società che insegue solo il benessere materiale e il consumo è una società “morta” nell’anima.
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