L’articolo pubblicato il 13 agosto su Il Sole 24 Ore, firmato da Antonio Patuelli, presidente dell’ABI, rappresenta un contributo prezioso che unisce memoria storica e tensione morale. Un esercizio di approfondimento culturale sempre più raro, in un tempo in cui le figure pubbliche vengono spesso trattate o come icone da idolatrare o come bersagli da demolire.
Raccontare il profilo di Raffaele Mattioli nella sua interezza, come fa l’autore, significa offrirci una lezione sull’intreccio fecondo tra pensiero economico, etica civile e cultura repubblicana. Una cultura oggi troppo spesso rimossa o ridotta a nostalgia.
Partendo da queste considerazioni ho sentito il bisogno, da repubblicano, di rilanciare alcune considerazioni che travalicano il solo ambito bancario e toccano il cuore stesso della responsabilità politica e del senso dello Stato.
Il profilo che emerge di Mattioli è quello di un “eroe civile”, capace di coniugare competenza, umanesimo e indipendenza culturale. Una figura laica e rigorosa, che ha saputo servire l’Italia credendo nel merito, nella formazione e nella funzione alta delle istituzioni.
In questo ritratto si inserisce naturalmente anche il richiamo a Ugo La Malfa, evocato non solo come economista, ma come uomo dello Stato, radicato nella visione mazziniana. La Malfa comprese, molto prima di altri, che senza un’etica pubblica l’economia diventa cieca, e che lo sviluppo autentico richiede una profonda coscienza democratica.
Questa consapevolezza lo guidò nelle scelte più difficili, dalla ricostruzione postbellica alla difesa della moneta, dalla partecipazione responsabile ai governi repubblicani al rifiuto di ogni scorciatoia populista. Uomo di rigore e di libertà, credeva che il risanamento economico fosse un atto di giustizia tra generazioni, e che la trasparenza dello Stato fosse un dovere, non un’opzione.
Nel rievocare Mattioli e La Malfa, l’articolo ci invita implicitamente a un gesto oggi quasi rivoluzionario: rimettere al centro l’etica nella gestione della cosa pubblica, la moralità nella finanza, la responsabilità nella politica.
Come repubblicani, non possiamo che raccogliere questo appello. È nostro compito tenere viva la memoria di chi ha costruito la Repubblica con disciplina e onore, e ricordare alle nuove generazioni che non tutto nasce oggi, né tutto può essere risolto con slogan e propaganda.
In un tempo come il nostro, segnato da un evidente imbarbarimento del dibattito pubblico, dove il confronto si consuma sui social tra battute tossiche, tifoserie e attacchi personali, il richiamo alla cultura politica alta è più che mai urgente.
Il livello culturale del confronto si è drammaticamente abbassato, in parte per superficialità, in parte per una strategia deliberata di banalizzazione.
Il governo Meloni, con la sua retorica identitaria e una visione del potere spesso più ideologica che istituzionale, sembra distante anni luce da quel rigore repubblicano che ha guidato le figure evocate. L’ossessione per il consenso immediato ha preso il posto della visione lunga delle riforme. Il richiamo ai “valori tradizionali” si traduce spesso in chiusure culturali, tagli alla ricerca, delegittimazione del pensiero critico.
La tradizione repubblicana, quella del Partito Repubblicano Italiano e del pensiero laico e mazziniano, insegna invece che governare significa assumersi responsabilità, avere una cultura del limite, mettere il bene comune prima del calcolo di parte.
La lezione di Mattioli e La Malfa è chiara: senza cultura, senza senso dello Stato, senza coraggio etico, ogni riforma sarà fragile, ogni economia esposta alla speculazione, ogni Repubblica incompleta.
Non basta far di conto, ma bisogna saper rispondere alla coscienza del Paese. E questo, oggi più che mai, è il compito che spetta alla politica vera, quella che non cerca solo il potere, ma serve la democrazia e la Repubblica.
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