Per capire la complessità dei rapporti fra il partito repubblicano e Ciriaco De Mita nella lunga stagione della cosiddetta “prima” Repubblica, abbiamo ritrovato una dichiarazione del segretario del Pri Giorgio La Malfa, alla Adn Kronos, datata 7 luglio 1992. «Spiace dover replicare all’onorevole De Mita –affermava La Malfa – ma egli evidentemente non conosce la posizione dei repubblicani in materia di riforma elettorale. Il Pri non è affatto per il mantenimento della legge proporzionale, anzi ha dichiarato la propria disponibilità ad una riforma elettorale che porti alla possibilità di far confrontare due schieramenti contrapposti». La risposta di La Malfa avveniva ad un’intervista di De Mita al Corriere della sera, in cui l’allora presidente della Dc, accusava il partito repubblicano di curare l’interesse di bottega. La Malfa rispose con nettezza: «È evidente che non c’è dunque alcun interesse di bottega nella linea dei repubblicani. Se ve n’è uno è piuttosto quello della Dc».
De Mita era molto più preoccupato di quanto potesse esserlo il Pri di una eventuale divisione della Democrazia cristiana, cosa che, caduto il comunismo, si sarebbe puntualmente verificata con la riforma elettorale. Lo si comprende anche dall’ordine naturale delle cose, vista l’enorme distanza che all’interno del partito di maggioranza relativa separava alcune personalità da altre, De Mita da Andreotti ad esempio. Il premio di maggioranza proposto dalla Dc di De Mita, in una situazione nella quale la gente voleva cambiare gli equilibri politici del paese, appariva dunque molto diverso da quello proposto nel 1953 da De Gasperi. Allora c’era da difendere la collocazione occidentale dell’Italia contro il pericolo rappresentato da un fronte popolare vicino a Mosca, ma conclusasi la minaccia comunista, si sarebbe trattato invece solamente di ingessare e difendere un sistema che non era in alcun più in grado di affrontare e risolvere i problemi del paese.
In pratica la dichiarazione del segretario repubblicano faceva cadere la leggenda di un De Mita riformatore. Messo alle strette, il presidente Dc non appariva per niente un Aldo Moro, il politico della nuova frontiera, ma solo l’ostinato difensore della vecchia. Anche per questo lasciano piuttosto interdetti le pagine di commiato scritte sull’anziano leader democristiano. La definizione di “intellettuale della Magna Grecia” era una bonaria presa in giro dell’avvocato Agnelli, non una qualche riconoscimento in vita. Poi è vero che De Mita aveva qualità intellettuali e di analisi politica indubbia, ma non comunque sufficienti a cambiare la Dc, figurarsi l’Italia. Fu invece la Dc a cambiare lui nell’unico aspetto politico positivo che aveva rappresentato, ovvero di leader del partito e di capo del governo. “Il doppio incarico”, come lo si chiamava, era la piena occidentalizzazione istituzionale del nostro paese, che il deputato di Nusco aveva incarnato, non sapremmo dire quanto consapevolmente. Il problema è che questa novità venne cancellata rapidamente. Il partito di maggioranza relativa preferì continuare a distinguere il capo del partito da quello del governo. Ancora oggi, salvo casi fortuiti e temporanei, essa non riesce ad affermarsi. Sotto questo profilo fra l’epoca di De Mita e quella attuale, vi sono molte meno differenze di quello che si vorrebbe far credere.







