Pier Giorgio Vasi ci ha inviato il seguente articolo che pubblichiamo volentieri
Le recenti riforme economiche varate dal governo dell’Avana in materia di apertura (seppur controllata) al libero mercato e alla proprietà privata non sono un semplice aggiustamento di rotta. Sono l’atto di resa ufficiale, l’ammissione de facto che il modello comunista — che molti, per un bizzarro senso di pudore ideologico, si ostinano a chiamare “socialismo” — è strutturalmente insostenibile.
Per decenni, la retorica della sinistra internazionale e della dittatura castrista ha campato su un comodo alibi: scaricare la colpa del collasso economico dell’isola sulle sanzioni e sull’embargo statunitense. Una narrazione che oggi si scioglie come neve al sole. La crisi di Cuba non è provocata da fattori esterni, ma dal vizio di forma intrinseco al collettivismo: l’annullamento dell’individuo e della sua spinta produttiva. Quando uno Stato pretende di pianificare ogni grammo di pane e ogni ora di lavoro, il risultato finale è sempre e ovunque lo stesso: miseria, scarsità e oppressione. Questo fallimento storico non dovrebbe sorprenderci. Già nell’Ottocento, analizzando l’ideologia marxista sulla carta, Giuseppe Mazzini aveva previsto con precisione millimetrica l’esito catastrofico del comunismo. Il grande pensatore risorgimentale comprese che abolire la proprietà privata e accentrare tutto nelle mani dello Stato avrebbe trasformato la società in una gigantesca caserma, distruggendo la libertà individuale e la dignità umana in nome di un’uguaglianza geometrica e forzata. Cuba è stata l’ennesima dimostrazione empirica di quella profezia: un’utopia trasformatasi in prigione a cielo aperto.
Oggi, una delle ultime roccaforti del marxismo del Novecento capitola di fronte alla realtà. Ma l’aspetto più inquietante di questa transizione non risiede all’Avana, bensì a Pechino.
È difficile non scorgere la mano e la strategia della Cina dietro questa timida svolta mercatista. La ricetta applicata dal regime cubano somiglia fin troppo a quella transizione controllata che permise a Deng Xiaoping di tirare fuori la Cina dal pantano di povertà estrema in cui l’aveva gettata il maoismo, introducendo il capitalismo economico pur mantenendo il pugno di ferro del partito unico.
Se questo scenario venisse confermato, ci troveremmo di fronte a un paradosso geopolitico dalle conseguenze devastanti per gli Stati Uniti. Mentre l’amministrazione Trump ha concentrato la sua azione su guerre commerciali e dazi che rischiano di destabilizzare la stessa economia americana, Pechino sta mettendo in atto una strategia di penetrazione silenziosa proprio nel cortile di casa di Washington.
La Cina non ha bisogno di navi da guerra o di missili a novanta miglia dalle coste della Florida. La Cina non spara pallottole: esporta beni, capitali, tecnologie e servizi. Se nel giro di pochi anni vedremo le vecchie e gloriose Buick degli anni Cinquanta sparire dalle strade dell’Avana, sostituite da moderne auto elettriche cinesi, sapremo esattamente chi ha ispirato e finanziato le riforme cubane.
Il marxismo muore di una morte ingloriosa, sconfitto dalle sue stesse contraddizioni. Ma per l’Occidente e per la sicurezza degli Stati Uniti, la fine del comunismo caraibico rischia di trasformarsi nell’inizio di una sfida ancora più complessa: avere il capitalismo di Stato cinese ormeggiato stabilmente sotto casa.
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