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Il giacobino azionista

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
23 Marzo 2025
in L'editoriale
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Persino un cattolico democratico, imperturbabile e controllato come sempre si è mostrato Romano Prodi, è riuscito a perdere le staffe con una collega, rea di avergli domandato cosa pensasse del manifesto di Ventotene. Il professor Prodi ha reclamato il senso della storia, quello che si è perso nell’intertempo tra i suoi governi e l’attuale. Ci dispiace per la collega che ha scatenato l’imprevedibile e sconosciuta collera di Prodi, in effetti, con tutto quello che si è letto in questi giorni, giustificata ampliamente.

Pier Luigi Battista, che è un carissimo amico liberale, ci ha spiegato che Spinelli non era niente di meno che un “azionista giacobino”, una minaccia alla vita democratica e la sua idea di Europa una dittatura, di tipo sovietico. E perché stava in prigione allora? La dittatura antidemocratica era già vigente in tutto il continente, da Madrid a Roma, a Mosca. Il giacobino Spinelli avrebbe dovuto sentirsi a suo agio. Disgraziatamente, non sono tutti spiritisti come Benedetto Croce che all’epoca scriveva dell’anima libera con il corpo in catene. C’è chi in catene voleva ribellarsi ed aveva a disposizione, come ricorda Prodi, solo quel senso storico di cui Battista è privo, per cui occorreva un’avanguardia militante che la democrazia la imponesse, con le armi e la violenza, necessariamente. Il giacobinismo, l’azionismo.

Quante anime belle sono convinte che basta alzarsi la mattina, denunciare l’assolutismo ed il despotismo e quello si vergogna di se e svanisce, nel nulla. Jean Jacques Rousseau non capiva perchè un re comandasse un popolo ed un giorno si inventò la “sovranità plurale” ed un contratto da stipulare tra il governo ed i governato. Il sovrano monocratico si dissolse in un baleno? Il libro di Rousseau venne sequestrato e lui si ritrovò costretto alla macchia. Eppure è il giacobinismo la negazione della libertà, mica la monarchia assoluta,, guardate Spinelli che si iscrisse al partito comunista Giusto, solo che Spinelli venne espulso rapidamente dal Pci. Tanto era azionista giacobino da non riuscire a riconoscersi in un’organizzazione politica vera e propria. Ai tempi di oggi Spinelli si sarebbe fatto un suo partito.

Il giacobinismo è poi fenomeno molto complesso. Il federalismo di Spinelli non sarebbe stato apprezzato dalla Montagna a cui apparteneva il perfido Robespierre o il sanguinario Marat. Il federalismo era proprio della Gironda, e sull’onda di Spinelli, un altro azionista, Mario Vinciguerra, scrisse appunto i suoi saggi sui Girondini del ‘900, per distinguere la componente autoritaria della rivoluzione. Si tratta di miti veri e propri. ,Senza il centralismo robespierrista la Francia federalista della Gironda sarebbe sparita in tre settimane dilaniata dai realisti e dagli inglesi. Mentre mai si saprà quali sarebbero stati gli effetti del manifesto di Spinelli se la guerra l’avesse vinta l’avanguardia rivoluzionaria che si trovava carcerata. La vinsero le truppe anglo americane.

Spinelli rimase semplicemente come il campione di un’Europa che non si era piegata al fascismo, preoccupata di ritrovare un percorso politico che la riconducesse alla repubblica democratica e pacifica. Questo era l’ideale del giacobinismo aggredito dalle potenze assolutiste appena si presentò in cappello piumato. Il cristianissimo Romano Prodi, nulla di più lontano dal giacobinismo azionista, gli rende omaggio.

Massimo Cacciari ha avuto invece una reazione completamente diversa. Se l’è presa con la sua parte politica, ammesso che ne abbia una. Scusate, ha detto, ma come potete pensare che la Meloni fosse d’accordo con Spinelli? Per carità, l’onorevole Meloni la pensi come meglio crede. Se per lei il problema europeo non era il nazional socialismo che dominava nel 1941 l’intero continente, il problema era Spinelli che prometteva di rovesciarlo, è un suo diritto. Spinelli voleva togliere le proprietà a quei latifondisti ed industriali che foraggiavano ed armavano il regime. Osava persino ritenere immaturi quelle masse entusiaste e bellissime in camicia nera e bruna che acclamavano da vent’anni dittatorii che li avevano portati in guerra. Ci manca solo di voler rimproverare il pensiero del presidente del Consiglio, insolentirla per le sue sacrosante opinioni. Ha ragione Cacciari, perché mai insultarla? Basta lavorare per farla tornare all’opposizione il prima possibile, essendo con quelle opinioni affatto estranea alla repubblica democratica antifascista, nata grazie ai giacobini azionisti come Spinelli.

Domaine de Vizille, Muséè de la Révolution Française

Tags: ProdiSpinelli
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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