L’aggressione della Russia all’Ucraina ha sancito la fine della “pace continua” che ha caratterizzato l’occidente dal secondo dopoguerra ad oggi. La guerra mossa da Putin all’occidente ha risvegliato l’Europa dal proprio sonno riportando anche nel vecchio mondo le logiche della politica di potenza, le modalità del conflitto tra imperi che hanno caratterizzato il novecento e che ora si impongono sullo scenario globale come la nuova prassi del mondo globalizzato. L’Europa dovrà quindi smettere di essere un continente “erbivoro” cercando di confrontarsi con nuovi agenti internazionali: gli imperi. Gli imperi sono i protagonisti di questo scenario, attori geopolitici che, messo in discussione l’ordine unipolare atlantico, si contendono la leadership della globalizzazione trovando nel Mediterraneo, nell’Africa e negli stretti indopacifici il campo di battaglia dello scontro tra democrazie occidentali e autocrazie. Russia, Cina, Stati Uniti sono i protagonisti di questo conflitto per il primato globale su cui verte l’ultimo straordinario saggio di Maurizio Molinari, giornalista e direttore di Repubblica, “Il ritorno degli imperi” (Rizzoli). Una cartografia del mondo globalizzato che analizza e indaga i vari imperi e le nuove sfide che essi pongono all’Occidente. Dalla sfida ottocentesca e panslavista della Russia di Putin a quella sofisticata e tecnocratica dell’egemonia soft cinese passando per l’espansionismo neottomano della Turchia di Erdogan. Uno scontro tra imperi che vede nell’Italia il cardine di un nuovo ordine terrestre che dovrà scegliere se fare parte della comunità delle democrazie di Biden e della Nato o optare per l’alleanza con le autocrazie, caratterizzata dalla sudditanza energetica verso la Russia e quella tecnologica verso la Cina. Una scelta di campo fondamentale per gli equilibri internazionali e l’alleanza euroatlantica che sancisce ancor di più per l’Italia la necessità di non essere più l’anello debole dell’Occidente, ma di diventare un nuovo presidio delle democrazie sul Mediterraneo occupato dai rogue states. Per parlare di questi temi abbiamo intervistato l’autore, Maurizio Molinari.
Perchè “il ritorno degli imperi” e come il conflitto in Ucraina ha ridefinito la scacchiera globale?
L’attacco russo all’Ucraina ha riportato una guerra di tipo imperiale nel cuore dell’Europa, Mosca compiendo una aggressione volta ad annullare l’esistenza di uno stato sovrano come si faceva nel settecento e nell’ottocento ha reso evidenti le dinamiche dei vari imperi che si contendono la leadership della globalizzazione. In questo scenario dopo l’inizio del conflitto in Ucraina è emersa la capacità degli Stati Uniti di guidare una ferma reazione dei paesi occidentali contro l’attacco a Kyiv, ponendo gli Usa di nuovo come un “impero democratico” capace di compattare le democrazie occidentali e guidare una nuova alleanza contro le autocrazie. Di fronte a questi cambiamenti la Cina ha visto questa crisi come una opportunità per competere per il governo della globalizzazione e lanciare un disegno egemonico ed imperiale di lungo termine di tipo geopolitico ed economico sfruttando gli errori commessi dai rivali statunitensi e russi per aumentare le proprie possibilità di espansione. Il conflitto in Ucraina ha quindi avviato una dinamica in cui i nuovi imperi si contendono il governo della globalizzazione.
L’occidente dopo la guerra in Ucraina ha riscoperto le sue radici, dopo la fase di dialogo con le autocrazie?
L’attacco in Ucraina ha portato certamente l’occidente a risvegliarsi nella consapevolezza che la difesa dell’Ucraina sia la difesa dell’ordine uscito fuori dopo la seconda guerra mondiale e che la possibilità di un confronto multilaterale si fondi sulla coesistenza degli stati. L’unione delle democrazie occidentali in difesa dell’Ucraina è simile a quello che si è realizzato contro l’attacco di Saddam Hussein in difesa del Kuwait e su questi valori l’occidente è tornato ad unirsi perché sono le regole fondamentali che devono esserci per la convivenza fra gli stati.
Quali sono i veri rivali della comunità democratica e quale sfida lanciano all’Europa e agli Usa?
I principali rivali sono, come scrivo nel mio libro, la Russia e la Cina. Entrambi portatori di un progetto egemonico ed Imperiale, con obiettivi e strategie però molto diversi tra loro. Il progetto russo è quello di un impero di stampo ottocentesco basato sul controllo e sull’integrazione di altre nazioni, mentre il disegno rivale cinese è molto diverso, più ambizioso e sofisticato, e si fonda sulla volontà di creare un nuovo ordine multilaterale che si articoli attorno ad una egemonia di Pechino. Ora contro questo disegno ottocentesco l’occidente ha reagito in maniera compatta ed efficace bloccando l’avanzata russa, ma sarà fondamentale capire come reagirà quando la sfida sarà con i cinesi, che vogliono unire i paesi del sud del mondo creando una alleanza tra le nazioni più popolate in opposizione al mondo occidentale.
Quali saranno le principali sfide su cui si giocherà il governo della globalizzazione in Europa?
L’Europa è un caso affascinante, perché ci troviamo di fronte ad un impero anomalo rispetto agli altri che abbiamo descritto. Fa parte dell’Occidente, ma ha una identità sui generis, è l’unica realtà multilaterale e sovranazionale che attira adesioni trasversali da potenze differenti che vogliono aderirvi per motivi etico-valoriali. La vera sfida è capire come essa si posizionerà rispetto agli altri imperi, poiché nessun disegno egemonico è possibile senza la partecipazione dell’Europa. Essa è fondamentale agli Stati Uniti perché è il perno dell’alleanza euroatlantica, alla Russia per ottenere la centralità sui mari del sud, alla Cina per la realizzazione della Via della Seta e per entrare commercialmente nei mercati delle ricche potenze europee. Per tale motivazione ha un ruolo centrale nella dialettica tra autocrazie e democrazie, definendosi come il Campo di battaglia della sfida tra autocrazie e democrazie.
In questo scenario l’Italia è il Campo di battaglia su cui si gioca questa dialettica tra superpotenze?
Lo scontro tra gli imperi è sull’Europa e il luogo centrale conteso da essi è il Mediterraneo, fondamentale per la realizzazione dei disegni rivali di egemonia sul continente europeo di tutti gli imperi in questione, per tali motivazioni geopolitiche e strategiche l’Italia, al centro del Mediterraneo, è il centro del Campo di battaglia, e per questo il nostro paese ha il compito fondamentale di scegliere se essere il paese perno del blocco euroatlantico oppure se cedere alle tentazioni delle autocrazie. Oggi più che mai l’Italia è il luogo sui cui lo scontro tra gli imperi ha il suo epicentro ed in cui una bussola democratica ed euroatlantica è fondamentale.
Che giudizio trae dalle elezioni di Midterm? E come il suo risultato ha ridefinito gli equilibri negli Stati Uniti?
Io credo che le elezioni di Midterm abbiano profondamente rafforzato il ruolo del presidente Biden, premiando la sua idea degli Stati Uniti come leader di una comunità delle democrazie che si uniscono per affrontare e risolvere problemi comuni come il populismo, la corruzione, le questione climatiche, riportando gli USA ad un ruolo centrale nel proporre una alternativa alle sfide della Russia e della Cina.
Ron contro Don, come finirà il duello tra tra i candidati alla leadership del Gop? È stato liquidato il trumpismo?
Lo sapremo attraverso le primarie del Partito Repubblicano. Non c’è dubbio che il sostegno dato da Trump all’assalto di Capitol Hill abbia delegittimato il ruolo dell’ex presidente agli occhi dell’area moderata dei conservatori e repubblicani tradizionali. Bisogna vedere, però, se ora il campo repubblicano sarà in grado di fornire delle valide alternative al trumpismo e soprattutto in grado di competere alle prossime elezioni. Al momento vedo tre nomi che potrebbero rispondere a questa necessità: Ron De Santis, molto simile a Trump, ma privo dei suoi eccessi; Glenn Youngkin, il governatore della Virginia, profondamente moderato e capace di intercettare voti indipendenti; Nikky Halley, ex ambasciatrice all’ONU molto popolare e capace di attirare maggiori consensi.
Pensa che il regime degli Ayatollah possa fare strada ad una nuova democratizzazione?
Le autocrazie sono in grande difficoltà, sia Putin che la Cina devono fronteggiare delle profonde tensioni interne dovute al lavoro di coraggiose opposizioni, e anche l’Iran vive un momento di profonda difficoltà dovuta alle proteste di questi giorni in nome dei diritti delle donne. La realtà vera è che le autocrazie sono organismi rigidi incapaci di gestire il dissenso a causa della rigidità dei propri sistemi che ora ne sta esasperando le contraddizioni.
In questo scenario che ruolo ha la Turchia di Erdogan?
La Turchia è il più tradizionale dei paesi mediterranei, che tratta con tutti come si fa nei bazar. Essa è al contempo un grande paese della Nato ed un alleato della Russia, sostiene l’invio della armi all’Ucraina e allo stesso tempo dialoga con Mosca. Questo è il Medio Oriente… La logica del bazar che presuppone che interessi diversi si realizzino con partner diversi per realizzare un disegno di espansione che ha le sue radici nell’idea che la Turchia sia l’erede dell’impero ottomano. Non sono contraddizioni ma vari aspetti di una missione neoimperiale turca sul Mediterraneo.







