Mentre il governo si dibatte tra manovre finanziarie difficili, conti pubblici sotto pressione e promesse di riduzione delle tasse sempre più complesse da mantenere, la sinistra sembra rifugiarsi nella nostalgia di un fisco redistributivo.
In questo contesto, il segretario della CGIL, Maurizio Landini, rilancia l’idea di un “contributo straordinario sulle grandi ricchezze”, la vecchia patrimoniale. Ma la proposta, più che un’iniziativa di giustizia sociale, appare come un errore politico di portata strategica: un autogol per l’intera opposizione.
Landini propone e Schlein dispone: seguendo il segretario sindacale, il Partito Democratico finisce per posizionarsi su un terreno simbolico quanto infelice, allontanandosi dalle reali priorità dell’elettorato moderato. Così, invece di incalzare il governo sulle questioni concrete – politica economica, bilancio, difesa dei redditi e del lavoro – la sinistra apre un fronte ideologico che offre a Giorgia Meloni l’opportunità di spostare il dibattito a proprio favore.
A rendere il tutto ancora più emblematico è la coincidenza con una data cruciale della storia europea: il 9 novembre. Proprio nel giorno in cui si ricorda la caduta del Muro di Berlino e il fallimento del comunismo reale, la sinistra riapre un fronte che rischia di riportarla a un passato ideologico da cui faticava a emanciparsi.
Come se non bastasse, lo stesso giorno si celebra la Giornata internazionale contro il fascismo e l’antisemitismo, istituita dall’ONU: un momento di memoria e responsabilità che dovrebbe unire, non dividere. Eppure, tra slogan e rivendicazioni fiscali, quel richiamo alla storia sembra passare inosservato.
La sinistra dovrebbe chiedere conto al governo delle sue scelte economiche, non offrirgli pretesti ideologici con cui sviare l’attenzione pubblica. Serve serietà, non provocazioni; coerenza, non riflessi identitari.
Invece di incalzare l’Esecutivo sui nuovi balzelli, sugli aumenti impliciti e sulle difficoltà nel mantenere le promesse fiscali, l’opposizione sposta l’attenzione sul terreno scelto da Giorgia Meloni.
Il risultato è prevedibile: la Premier, esperta nella comunicazione politica, può presentarsi come paladina dei cittadini contro lo Stato “vampiro” che vuole mettere le mani sui loro risparmi. Così il dibattito si sposta e le vere criticità di bilancio finiscono in secondo piano.
Pur partendo da un principio di equità, la sinistra rischia di apparire come il boogeyman, la figura spaventosa che minaccia la stabilità, perdendo consenso proprio tra quei ceti medi e produttivi che dovrebbero rappresentare la spina dorsale del riformismo.
Per chi guarda alla tradizione repubblicana, la questione non è ideologica ma di serietà fiscale e stabilità economica. Le imposte straordinarie, le “una tantum” e le continue discussioni sulle patrimoniali non fanno che alimentare incertezza, allontanare investimenti e minare la fiducia nel sistema.
Il Patriottismo Fiscale, nella visione del PRI, non consiste nell’invocare nuove tasse, ma nel garantire certezza del diritto, rigore nei conti pubblici e coerenza delle politiche economiche.
Una discussione seria sulle grandi ricchezze è possibile e doverosa, ma non può essere affrontata con leggerezza né con opportunismo. I problemi di cassa dello Stato non si risolvono agitando una bandiera, ma con riforme strutturali, serie e durature.
La vera battaglia della sinistra – e di chiunque voglia opporsi in modo costruttivo al Governo – dovrebbe concentrarsi sulla qualità della spesa pubblica, sulla riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese e sulla lotta efficace all’evasione.
Eppure, l’attuale dirigenza del Partito Democratico, guidata da Elly Schlein, si trova a difendere una posizione scomoda: invece di incalzare il Governo sugli aumenti occulti delle imposte, finisce per sostenere la necessità di una nuova tassa.
È un segnale preoccupante, che dimostra come una parte della sinistra resti intrappolata nelle proprie dinamiche interne, più attenta a soddisfare pulsioni ideologiche che a difendere gli interessi concreti dei cittadini e dell’economia nazionale.
C’è urgente bisogno di un’opposizione riformista, democratica e credibile nella sua serietà economica. Un’opposizione capace di guardare all’interesse generale, non di rispolverare vecchi schemi e nostalgie ideologiche.
Perché la “ciambella” lanciata da Landini al governo Meloni, rischia davvero di trasformarsi nel peso che farà affondare l’intera imbarcazione dell’opposizione.
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