Si può fare di peggio? È la domanda che sorge spontanea leggendo le ultime proposte di modifica alla legge elettorale. Mentre il Paese affoga nell’astensionismo, la risposta della politica sembra essere un ulteriore arroccamento: eliminare definitivamente la possibilità per il cittadino di scegliere il proprio rappresentante attraverso la preferenza diretta. È l’ennesimo capitolo di un impoverimento democratico che trascina l’Italia verso quella che molti percepiscono ormai come una “dittatura mascherata”.
I numeri della partecipazione, d’altronde, parlano chiaro e raccontano un distacco che è diventato un baratro: siamo passati dall’81,1% delle politiche del 2006 a un calo costante (75% nel 2013, 73% nel 2018) fino al crollo drammatico del 2022, quando solo il 63,9% degli italiani si è recato alle urne. Un trend che non risparmia le Europee, dove nel 2024 per la prima volta nella storia repubblicana ha votato meno di un elettore su due, fermandosi al 49,6%.
Il cuore del problema è noto, ma sistematicamente ignorato. L’attuale sistema, il cosiddetto Rosatellum, porta con sé criticità già bollate come incostituzionali in passato: listini bloccati e premi di maggioranza che distorcono la volontà popolare. Com’è possibile che una forza politica col 30% dei consensi possa ottenere, per “gentile concessione” di una norma truffa, la maggioranza assoluta per governare contro il volere della maggioranza reale del Paese? La scusa è sempre la stessa: la “governabilità”. Ma una stabilità ottenuta soffocando la rappresentanza non è democrazia, è gestione oligarchica del potere.
Il punto più inquietante riguarda però gli organi di controllo. Molti cittadini si chiedono: “Se la Corte Costituzionale boccia una legge, chi ne verifica l’effettiva applicazione?”. La risposta è amara: nell’attuale assetto, nessuno può obbligare fisicamente il Parlamento a scrivere una legge “giusta”. La Consulta interviene a posteriori, abbatte la norma, ma il legislatore spesso risponde con un “gioco di prestigio” normativo, sostituendo una stortura con un’altra leggermente diversa nella forma, ma identica nella sostanza.
Siamo di fronte a un corto circuito istituzionale. Il Presidente della Repubblica ha poteri limitati di rinvio e la Corte interviene solo quando il danno è fatto. Nel frattempo, il cittadino elettore, privato del potere di scelta e umiliato da premi di maggioranza sproporzionati, non ha altra via che il silenzio o l’astensione.
Se il sistema continua a blindarsi per proteggere gli eletti invece di esporli al giudizio degli elettori, non ci si potrà stupire se la frattura tra istituzioni e popolo diventerà insanabile. Non è più solo una questione tecnica di soglie o sbarramenti: è una questione di sopravvivenza dello spirito costituzionale. È tempo che chi è pagato per vigilare, se può lo faccia in modo chiaro e diretto, prima che la rassegnazione dei cittadini si trasformi in qualcosa di molto più turbolento.
galleria della presidenza del consiglio dei ministri







