Già il febbraio scorso la voce repubblicana aveva evidenziato che fra tanti annunci contradditori l’America di Trump stava facendo una sola cosa certa, bombardare gli Huti in Yemen per proteggere la navigazione del golfo Persico che pure avrebbe dovuto essere protetta da una apposita missione europea. A riguardo la voce notava anche che la stampa statunitense ipotizzava un cambio di regime che l’amministrazione americana avrebbe perseguito in Iran. Gli Huti, come Hezbollah, come Hamas, sono finanziati ed armati dagli ayatollah. A distanza di quattro mesi da allora, Israele ha spazzato via Hezbollah, messo in ginocchio Hamas e in soli cinque giorni vinto la guerra in Iran. Probabile che in Europa non si capisca più niente di guerra, ma se, come si dice, Israele davvero controlla i cieli in Iran, la guerra è vinta.
Tutte le analisi sulle incognite petrolifere, il traffico internazionale, le possibili bombe sporche, che si stanno leggendo ed ascoltando in queste ore sono ovviamente affascinanti. Dovrebbero avere il sollo presupposto, della completa vittoria di Israele che controllando i cieli può fare a pezzi l’Iran come meglio preferisce. L’Iran poi è un paese tre volte la Germania con quasi il doppio di popolazione. Possiede armi a profusione anche perché impegnato in una guerra decennale con il vicino iracheno nella seconda metà del secolo scorso e velleità di espansione sino all’oceano indiano. Ciononostante si è mostrato privo di un’aviazione degna di questo nome. All’epoca della guerra dei sei giorni, per lo meno Israele dovette distruggere quella di Nasser, qui non ce n’è stato nemmeno bisogno. Nemmeno allora Israele avrebbe potuto occupare l’Egitto, esattamente come ancora oggi non potrebbe occupare l’Iran. Pretese di estendere il controllo sui territori di confine, cosa che avrebbe portato alla guerra del Kippur. Quali che possano essere le richieste israeliane oggi, non si conoscono ancora. Per cui è comprensibile l’apprensione dell’opinione pubblica europea, Domani potrebbe riaccendersi una guerra proprio come avvenne con l’Egitto e la Siria. Anche se l’esito sarebbe nuovamente scontato.
Invece non è affatto detto che la crisi del regime iraniano debba necessariamente riprodurre lo scenario, sempre diverso fra l’altro, della confusione in Libia, della violenza in Afghanistan, dell’incertezza in Iraq. L’Egitto dopo la guerra dei sei giorni ebbe un esito ordinato e un grande capo di Stato. Sadat che avrebbe riattaccato Israele tempo cinque anni, non pensava di poter vincere, puntava invece a negoziare quella pace che dura ancora oggi fra il Cairo e Gerusalemme. Vinta ora la guerra con l’Iran saranno i passi diplomatici a stabilire il futuro delle relazioni internazionali e se è vero il coinvolgimento americano, questo ha un senso per la stabilizzazione di un’area che Israele non può controllare.
Quando si parla dell’Iran porsi il dilemma del diritto internazionale è cosa abbastanza futile. L’opposizione in Iran esiste ancora, come esiste all’estero e sarà felice di poter prendere in mano il paese il prima possibile. Saranno felici i sauditi che vedono per la prima volta dopo il 1978 la caduta dalla minaccia di un estraneo tanto ingombrante e turbolento. Tutto questo dovrebbe essere a vantaggio di Israele, perché non ha più un un governo mobilitato per la sua distruzione. Quanto al rischio terroristico è sempre esistito. Non è mai è stato tanto forte come quando viene alimentato da un intero Stato.
C’è infine uno sconfitto ed in maniera catastrofica, che si nasconde sullo sfondo, la Russia. Putin non ha mosso un dito per aiutare l’alleato iraniano, esattamente come non lo ha mosso per la Siria. Impegnata in una guerra regionale da più di tre anni con scarsi risultati, la Russia non è più una super potenza, semmai lo è diventata Israele. Questo ha avuto un costo per lo Stato ebraico, tale da dover rispondere di crimini commessi contro l’umanità. Per ristabilire l’onore discusso, Israele farebbe bene, appena capitolato il regime iraniano, ad affrontare in un tribunale internazionale tutte le accuse rivolte alla sua classe dirigente. Una grande democrazia non ha niente da nascondere e deve saper sempre rispondere del suo operato in qualsiasi condizione, anche da vincitore.
Begin Sadat Center for Strategy Study







