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La pace come probabilità

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
23 Aprile 2025
in L'editoriale
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Le trattative di pace fra Stati Uniti d’America ed Egitto che precedettero la guerra del Kippur dell’ottobre del 1973, prevedevano, oltre al tavolo ufficiale fra i due governi, uno riservato organizzato dal Dipartimento di Stato statunitense, ed uno segreto fra gli inviati speciali dei due presidenti. La caratteristica di questi tavoli, di cui si è avuto un’idea complessiva del lavoro svolto passati almeno cinque anni, è che per quanto Kissinger fosse segretario di Stato dal settembre precedente e consigliere per la Sicurezza dal 1969, non sapeva cosa facesse il suo Dipartimento ed ovviamente, il Dipartimento non aveva la minima idea di cosa combinasse il suo capo. Questo tanto per comprendere le capacità di autonomia delle strutture dell’amministrazione americana. Procedono di loro sponte, anche senza coordinarsi. Va infine messa in conto la particolarità stravagante, se vogliano, per la quale Sadat aveva avviato le trattative di pace nonostante fosse comunque deciso per la guerra, indispensabile per fare la pace successiva. Sadat sapeva che l’Egitto l’avrebbe comunque persa, anche sfruttando il fattore sorpresa. Kissinger sosterrà nelle sue memorie che per quanto si incontrasse praticamente ogni giorno con l’inviato di Sadat, Ismail, non aveva mai immaginato che l’Egitto avrebbe attaccato comunque e necessariamente Israele.

Tutto questo non per fare una qualche analogia con l’impegno dell’attuale amministrazione Usa per la pace in Ucraina, non c’è nessuna corrispondenza possibile, anzi. In compenso si comprende la difficoltà di conoscere i processi decisionali in corso di dialogo fra le parti, soprattutto in tempi brevi. Vi è poi da considerare un aspetto decisivo. Nixon era un politico di lungo corso, al suo secondo mandato continuativo del ’73 sommava una vice presidenza con Eisenhower. Conosceva perfettamente la macchina amministrativa dello Stato, la difficoltà, se ne sarebbero presto accorti tutti, di controllarla. Soprattutto aveva l’esperienza necessaria per scegliere gli uomini che riteneva migliori per svolgere questo compito. Kissinger non era repubblicano. Era un liberal vicino all’entourage Kennedy di Harward, quanto più lontano vi fosse da Nixon e che oggi Trump vorrebbe addirittura mettere in ginocchio tagliando i fondi a quella università.

Come si vede dall’inviato speciale in Ucraina Kellogg, che paragona quel paese alla Berlino del 1945 e dai segretario alla Difesa Hegset, che trasmette i piani di guerra a sua moglie, l’amministrazione Trump è composta da completi incompetenti. D’altra parte Musk ha parlato del consigliere economico Navarro come di un imbecille. Se venne fatta fessa la diplomazia di Nixon dall’Egitto di Sadat, un militare salito al potere in fretta e furia a cui nessuno dava particolare credito, figurarsi se quella di Trump non possa esserlo da un tipo come Putin che sta al potere da 26 anni e in Russia, non in Egitto.

Tuttavia la possibilità che davvero Putin sia credibile quando dice di voler congelare la linea del fronte, esiste. Confermerebbe il fatto che Putin è esausto. In queste settimane ha fatto un ulteriore sforzo per sfondarlo il fronte e piegare gli ucraini ed è ancora rimasto al palo. Quelli cacciati dal Kursk gli sono rientrati a Belgorod, e agli edifici civili distrutti rispondono centrando depositi militari. Ha conquistato qualcuna delle grandi città del Donbass? No. Continua a contare morti e a richiedere truppe nord coreane, perché non ci sono più russi disposti a crepare per niente.

A conti fatti, anche se si fotograferebbe plasticamente una sconfitta, Putin incasserebbe la Crimea, il riconoscimento delle repubbliche e allenterebbe le sanzioni che sono diventate abbastanza pesanti. I russi sono ridotti a rubare nei supermercati. Poi c’è l’assicurazione fondamentale per Putin che l’Ucraina non entrerebbe nella Nato da rivendersi in patria. In sostanza, visti gli umori del Cremlino, sono anni che i suoi gli dicono di fermarsi, per non dire di quelli che non volevano nemmeno si iniziasse, sarebbe ancora un modo per uscirne. Anche perché Putin ha problemi più gravi. Persa la Siria cerca di entrare in Libia, e non è uno scherzo, e la Cina se lo sta mangiando, letteralmente.

Trump senza averci capito niente, potrebbe essere fortunato ed uscire come l’uomo che ha ottenuto la pace. Per quanto possa sembrare incredibile e temporaneo, c’è una probabilità da mettere in conto a suo favore a cui aggrapparsi. Già è costretto a rimangiarsi anni di ostilità al pontefice partecipando ai suoi funerali ed ha pesino detto che non vuole più cacciare Powell. Tra un po’ anche i dazi erano uno scherzo, come il coniglio pasquale gigante esibito sul terrazzino della Casa Bianca. Però potrebbe ancora candidarsi al Nobel per la pace. Come Obama.

licenza pixabay

Tags: IsmailSadat
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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