Le parole di Davide Giacalone, pubblicate su La Ragione del 10 settembre, offrono uno spunto tanto prezioso quanto necessario per tornare a una riflessione onesta e razionale su quanto accade in Medio Oriente: tra Israele, Hamas, Iran, Qatar e un’Occidente sempre più confuso, più preoccupato di posizionarsi che di capire.
Ci sono passaggi, nella sua analisi, che disinnescano la retorica e smascherano le finzioni: Hamas non è un soggetto di liberazione, ma un’organizzazione terrorista che tiene in ostaggio il popolo palestinese. Israele ha il diritto, anzi il dovere, di difendersi, ma non ha alcuna legittimità ad allargare le colonie o a saldare alleanze con le frange più estremiste del suo spettro politico.
In questo scenario, i repubblicani non possono accettare semplificazioni né cedere ai riflessi condizionati dell’indignazione selettiva.
La nostra tradizione politica, laica e razionale, affonda le radici nella cultura del diritto, nel rispetto dello Stato di diritto, nella centralità della libertà e della responsabilità. E da questa prospettiva, nessuna ambiguità è tollerabile.
Chi parla di “genocidio” a Gaza senza mai pronunciare una condanna limpida dei massacri del 7 ottobre, tradisce non solo la verità dei fatti, ma anche i valori che dice di difendere.
Così come chi, in Israele, utilizza l’orrore di quegli attentati per negare ogni prospettiva politica al popolo palestinese, tradisce il senso della storia della Shoah e, insieme ad essa, ogni possibilità stessa della pace.
In questo quadro, non può non colpire il silenzio imbarazzato, quando non apertamente complice, di una parte della sinistra italiana. A partire dalla segretaria del PD Elly Schlein, che anziché lavorare per costruire una credibile alternativa di governo al centrodestra, fatta di proposte, contenuti e visione, preferisce inseguire gli slogan e le scorciatoie ideologiche della “Flottilla Gaza”. Uno spettacolo che rivela una povertà di pensiero strategico e una subalternità pericolosa alla propaganda a buon mercato.
Dove dovrebbe esserci una sinistra laica, democratica, riformista, europeista, troviamo invece un campo largo sempre più largo e sempre meno campo, in cui si mettono insieme tutti e il loro contrario, senza sapere né cosa si vuole, né con chi si vuole governare. Inseguire le caricature dell’antisionismo militante, quand’anche al netto degli errori (e orrori) del governo Netanyahu, non è solo un errore etico: è un errore politico e strategico che mina la credibilità internazionale dell’Italia progressista.
Noi repubblicani non abbiamo mai avuto dubbi: la difesa di Israele come Stato democratico e la condanna di Hamas sono due facce della stessa medaglia. È la nostra storia che ce lo impone.
Ma proprio per questo, non possiamo fare sconti al governo Netanyahu, che rischia di isolare Israele dall’Europa e dal consesso delle democrazie, rincorrendo una politica miope, confessionalizzata, e piegata agli interessi interni più radicali. L’espansione delle colonie e la mancata apertura verso una soluzione politica del conflitto sono un suicidio strategico.
Il PRI deve continuare a difendere lo Stato di Israele e il suo popolo, schierandosi a fianco dei tantissimi cittadini israeliani che, sempre più forti e numerosi, gridano il loro dissenso alla politica di Netanyahu.
Ma attenzione: criticare il governo Netanyahu non significa indebolire Israele, significa volerlo salvare da sé stesso. Difendere il popolo israeliano oggi vuol dire anche difenderlo da chi, in nome della sicurezza, mette a rischio la convivenza e l’equilibrio internazionale.
Significa anche difenderlo dal pericolo, sempre più concreto, che gli Stati europei, tradizionalmente vicini a Israele anche per il peso storico di secoli di persecuzioni culminati nell’Olocausto, possano abbandonarlo, stanchi di una politica aggressiva e percepita come impermeabile a qualsiasi richiamo al diritto internazionale.
Un simile isolamento non solo non rafforzerebbe Israele ma lo indebolirebbe, spingendolo verso derive ancora più radicali e lasciandolo privo di quei legami politici e culturali che lo ancorano al mondo delle democrazie liberali. E sarebbe una sconfitta anche per l’Europa.
Per questo, i repubblicani, nel solco di una storia che ci lega alla democrazia israeliana sin dalle sue origini, devono restare un ancoraggio europeo saldo e responsabile dell’unica democrazia liberale e occidentale del Medio Oriente. Un legame politico, culturale e storico che va difeso, non banalizzato.
Il Medio Oriente è l’epicentro geopolitico di una crisi più profonda: quella tra verità e propaganda, tra la forza del diritto e il diritto della forza, tra democrazie fragili e totalitarismi che strumentalizzano la causa palestinese o quella israeliana per rafforzarsi.
La pace non si costruisce con i fondamentalisti, né da una parte né dall’altra.
Chi sceglie il proprio estremismo preferito sceglie la guerra. E chi preferisce l’ambiguità alla verità sceglie la propaganda.
Noi, invece, scegliamo la pace come progetto politico, che non si fonda sulla bontà degli uomini, ma sulla forza delle istituzioni e sul rispetto delle regole.
E in questo, ancora una volta, la cultura repubblicana, laica, razionale e rigorosa, ha qualcosa da dire. E da insegnare.
Museo del Risorgimento mazziniano Genova







