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La politica estera statunitense spiegata semplice

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
6 Dicembre 2025
in L'editoriale
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Se mai domani un generale messicano rivendicasse Sant’Antonio ed invadesse il Texas, non è che la Casa Bianca chiederebbe alla Commissione Europea di sanzionare il Messico o di venire a morire per Alamo. Invierebbe due divisioni corazzate e risolverebbe la questione abbastanza rapidamente. Ragione per la quale il governo statunitense non riesce a capire come la spesa per la difesa europea che fino al 1991 era al cinque per cento del pil di ogni membro Nato, sia scesa anche sotto il due. L’America non l’ha mai diminuita, anzi. Non ci fossero minacce all’orizzonte si potrebbe chiudere un occhio, altrimenti bisogna mettere mano al portafoglio, se no poi si finisce con il chiedere all’America di provvedere alle lacune difensive europee. Troppo comodo.

Il grande presidente Roosevelt, un sincero democratico, ancora amato da tutti nel vecchio continente, non battette ciglio quando Hitler attaccò la Polonia e nemmeno l’anno successivo, quando occupò la Francia. Churchill nel luglio del 1940 gli chiese degli aerei per difendere l’Inghilterra e Roosevelt gli promise dei cavalli da tiro. Perché l’America intervenisse a fianco dell’Inghilterra, il Giappone dovette invadere le Filippine dopo Pearl Harbor, ovvero una difesa strategica americana nel Pacifico. Se il Giappone non fosse stato alleato della Germania, vi sarebbe da chiedersi se Roosevelt avrebbe ritenuto necessario estendere la guerra in Africa. Di certo c’è che l’America ebbe fretta di concludere il conflitto rapidamente, al punto di armare e sostenere l’Unione sovietica e poi di lasciare a Stalin mezza Europa, sino a Berlino, altro che Zaporizha. Churchill rimase sbigottito e anche in questo caso, la domanda da farsi sarebbe se l’intervento nucleare su Hiroshima e Nagasaki fosse un monito ai russi prima che il bisogno di mettere in ginocchio definitivamente i giapponesi.

Indipendentemente dal processo avviato dal 1950 per l’unificazione europea, gli Stati Uniti hanno sempre trattato con i singoli Stati membri. La crisi più grave avvenne per il canale di Suez quando l’America fermò inglesi e francesi che avevano attaccato l’Egitto non rendendosi conto delle conseguenze che si potevano provocare. Davanti alla crisi dei missili a Cuba, quasi ci si stupì della dichiarazione di De Gaulle di sostegno alla presidenza Kennedy. Tutto appariva fuorché scontata. Il presidente Nixon, rendendosi conto del deterioramento dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico, alla fine del suo primo mandato, propose un nuovo trattato di cooperazione economica e militare all’Europa. Si ritrovò con l’Inghilterra impegnata nella guerra del merluzzo nel mar d’Islanda, la Francia che lo accusava di volersi accordare con la Russia alle sue spalle e la Germania ovest che non voleva compromettere i suoi di affari con l’Unione sovietica. In compenso tutti i paesi europei erano uniti nel contestare la presenza americana in Vietnam. Meno di trent’anni dopo, la Francia sarebbe stata contraria all’intervento in Iraq, quando una volta rientrata nella Nato, pretese ed ottenne il sostegno statunitense per sbarazzarsi di Gheddafi. Tutto questo accompagnato da un’opinione pubblica e di piazza sempre pronta a mobilitarsi contro le politiche Usa, sia se fanno le guerre, sia, come nel caso recente di Trump, se cercano la pace.

Obama è stato il presidente del secondo dopo guerra meno interessato all’evoluzione dei rapporti con l’Europa, concentrandosi quasi esclusivamente sul pacifico. I dazi ha iniziato a metterli lui, Reagan li aveva tolti e per la semplice ragione che i rapporti economici dell’Europa con la Cina danneggiavano gli interessi statunitensi. Sia Trump nel primo mandato che Biden hanno continuato questa politica che con Biden è peggiorata dal momento che il presidente statunitense è arrivato a prendere di petto il leader cinese, chiamandolo un dittatore. Mai nessun leader americano si era permesso di rivolgersi a Mao o a Deng, con simili termini. Trump si trova nella difficile situazione di tenere testa alla Cina che ha raggiunto un’espansione economica tale da mettere alle corde il mercato americano. Tra l’altro gran parte di questo mercato, la tecnologia più specializzata, ad esempio, è quasi completamente dipendente dai prodotti cinesi. Se Trump otterrà dei successi o meno, se ha sbagliato dal primo momento la linea di condotta, se andrà incontro ad un fallimento completo, questo ancora non si può sapere. Tutto sommato vi sarebbe ragione di temerlo, perché per quanti difetti Trump possa avere, il modello cinese è meno compatibile con quello europeo di quanto sia quello americano, a cominciare dal mondo del lavoro. Trump non si preoccupa della Russia, dal momento che la Russia si è impantanata in una guerra civile che ricorda quella di secessione americana e sta raggiungendo la stessa lunghezza temporale. Con la differenza che l’America nel frattempo non perse basi strategiche per la sua espansione mondiale. Non avere più il controllo della Siria, riduce la Russia ad una potenza regionale. Cosa volete che interessi all’America del traffico nel Mar Nero.

Vi sono poi due contenziosi specifici con l’Europa, che hanno ovviamente il loro peso e questi in effetti sono inediti. Il primo è sul fossile. Trump non crede al riscaldamento globale, e non intende sostituire le risorse energetiche tradizionali. Trova una follia solo pensare di uscire dal nucleare, in cui tutti i paesi in via di sviluppo vogliono entrare. Il suo sostegno popolare in America dipende anche da queste posizioni. Poi l’immigrazione. Ritiene che l’Europa senza assumere provvedimenti drastici è destinata a scomparire, come potrebbero scomparire gli stessi Stati Uniti d’America che pure per secoli hanno integrato un milione di immigrati ogni anno. Questo è in effetti il tema più controverso e delicato. Si può giusto dire che Trump usi la mano pesante e questo è molto sgradevole. Di buono c’è che non costruisce centri di detenzione in Albania. Esclusività tutta italiana, europea.

pubblico dominio

Tags: RooseveltSant'Antonio
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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