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9 febbraio, la Repubblica Repubblicana

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
9 Febbraio 2024
in L'editoriale
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Sarebbe più vano che inutile cercare un qualche raffronto, anche solo originario, tra la Repubblica Romana e quella italiana. Quest’ultima nasce con il supporto della Chiesa ostile storicamente ai Savoia e abbastanza presto anche al fascismo, tanto da vedere nel processo democratico che si apre, la possibilità di costruire un suo partito. A quel punto, ristabilendo il concordato, l’autorità spirituale e morale della Chiesa cattolica è superiore a quella del giovane Stato nazionale e tutto sommato ancora lo rimane. La Repubblica Romana nasce perché il papa giovane scappa e poi scomunicando l’elettorato chiamato a rappresentare il nuovo regime, consegna l’assemblea ai repubblicani. Nelle due Repubbliche con il diverso ruolo della Chiesa sono diverse anche le masse, quantitativamente come ovvio, e qualitativamente. La Repubblica Romana sarà sostenuta da tutti coloro che hanno avversato il regime papista e dai giovani che vengono a morirvi per difenderne l’esemplarità. Mazzini l’esule sovversivo e ricercato dalle polizie, è il suo campione. Quella italiana ha come esempio universale di antifascismo Benedetto Croce che senatore del regno nel 1921 votava la fiducia a Mussolini dopo l’omicidio Matteotti e nel ’30 donava l’oro alla Patria che voleva cannoni. La Repubblica Romana nasce e i sovrani continentali mobilitano per colpirla, quando quella italiana è accompagnata dal viatico sarcastico di Churchill per cui il Belpaese ha ottanta milioni di abitanti, 40 fascisti, 40 antifascisti.

La cosa più paradossale è che la Repubblica italiana, quasi nulla sa della Repubblica romana, e si leggono da decenni o si vedono perché abbiamo la Rai che ogni tanto se ne ricorda, le banalità più sconfortanti. Se si vuole trovarne uno storico serio, dobbiamo rivolgerci al nostro compianto Stefano Tomassini, rimasto ignoto ai più, ed il principale estimatore che ebbe al vertice dello Stato, fu proprio Mussolini che ogni 9 febbraio si trascinava quello smidollato del conte Ciano al sacrario del Gianicolo per rendervi omaggio anche sotto i bombardamenti. E Mussolini si chiedeva come mai quell’eroico coraggio mostrato dai giovani italiani di allora, mancasse a quelli che lui governava al suo tempo. Il duce poveraccio proprio non capiva la differenza fra l’entusiasmo suscitato dall’idea di una democrazia pura, rispetto alla parvenza di un comando miserabile e caricaturale come il suo.

Non che i vecchi colti liberali amassero la Repubblica di Mazzini, al contrario. Luigi Carlo Farini, che pure era un gigante, la detestava e preferì ripararsi in Piemonte piuttosto che restare a Roma. Egli denunciava infatti una minaccia autoritaria nel pensiero di Mazzini, considerata evidente dal proclama della Giovine Italia, dove in effetti Mazzini evoca la figura dittatoriale, ripercorrendo il giacobino “dispotismo della libertà”. E pure questo dovrebbe apparire inevitabile quando si tratta di difendere l’indipendenza di uno Stato che si trova in guerra, come appunto fu la Francia rivoluzionaria e subito la Repubblica Romana. Piuttosto l’intelligenza di Farini non coglie, o non valuta, la potenza dell’idea della libertà di stampa, che un regime oppressivo non ha mai accettato senza una qualche forma di censura e soprattutto il voto. I costituenti romani ci dicono che tutto il potere è di fatto nei consoli eletti dall’Assemblea, nessuna separazione può essere accettata e questo ai liberali faceva orrore, senza voler capire che i costituenti fissano anche subito la durata, solo tre anni. Su questo Farini avrebbe dovuto riflettere. Pensate se l’Italia repubblicana ogni tre anni avrebbe cambiato la sua classe dirigente per intero e necessariamente secondo l’obbligo della legge costituzionale. Sarebbe stata una rivoluzione permanente, ci sarebbero volute le armi. Eppure la formula democratica che i costituenti romani delineano per garantire la libertà di un popolo risiedeva proprio in queste due caratteristiche, semplicemente improponibili per la Repubblica italiana, dove la stampa è comprata e gli uomini di governo vi si incrostano, se possono, anche vent’anni.

Museo della Repubblica Romana e della memoria garibaldina

Tags: ChurchillTomassini
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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