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L’antifascismo principio politico non propagandistico

Riccardo Bruno di Riccardo Bruno
25 Marzo 2023
in L'editoriale
1
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“Il cadere in sospetto prende quindi il posto dell’essere colpevole”, Hegel, Fenomenologia

Nel secolo scorso La Voce Repubblicana doveva spiegare ad esponenti del movimento sociale italiano che la strage delle Fosse ardeatine non era dovuta ad un attentato dei Gap alla divisione Bozen, ma alla occupazione militare tedesca. Oggi la situazione è migliorata, il Msi non esiste più e il presidente del Consiglio che proviene da quel partito ha reso omaggio alla memoria delle vittime e condannato la responsabilità omicida del nazismo. Poiché il presidente del consiglio non ha ricordato, come poteva capitare anche a La voce, la responsabilità fascista della strage, il presidente del consiglio è stato accusato di aver voluto omettere deliberatamente, sulla base di un sospetto, tale responsabilità. L’Anpi, poi, ha protestato perché il presidente del Consiglio nella sua dichiarazione aveva detto che gli uccisi lo furono “solo perché italiani”. Sotto un profilo rigidamente storiografico, dispiace riesumarlo ma si tratta di eventi di ottanta anni fa, la rappresaglia tedesca di guerra è effettivamente indiscriminata, si rivolgeva contro la popolazione del paese occupato in generale. Nel caso delle Fosse ardeatine è evidente la percentuale di antifascisti ed ebrei massacrati rispetto ai comuni civili coinvolti. Per cui si apre una questione molto delicata, tale per la quale il presidente del consiglio dovrebbe fare una certa attenzione. Se è vero, come l’onorevole Meloni ha replicato, che gli antifascisti sono pur sempre italiani e non tutte le vittime erano antifasciste, alla Fosse c’era persino un passato sottosegretario del governo Mussolini, il tributo di sangue antifascista merita sempre di essere menzionato, al pari di quello ebraico. L’onorevole Meloni non lo ha fatto.

Ovviamente c’è una complessa questione storiografica sul ruolo del fascismo italiano dopo il 1943 che lasciamo interamente agli storici. La polemica è politica. Poiché l’onorevole Meloni, non proviene dall’antifascismo, la si accusa di non riconoscerlo nemmeno in occasione della ricorrenza di una strage come quella delle Fosse ardeatine. Un’accusa molto grave, perché non si può semplicemente rifugiarsi nell’afascismo. Il governo deve proclamarsi dichiaratamente antifascista per onorare i principi fondanti della Costituzione e non violare il giuramento a cui è stato sottoposto dal capo dello Stato. Ci sembra solo che ci si dimentichi che nella tradizione politica di questo governo con il post fascismo missino, c’è anche la denuncia del fascismo “male assoluto” fatta da Alleanza nazionale.

La maggioranza degli elettori italiani, come la maggioranza dell’elettorato nel mondo, ritiene il fascismo un fenomeno storico che per quanto profondo e virale possa essere rimasto nascosto tutto questo tempo nella nostra società, è stato politicamente sconfitto nel 1945. Tanto è vero che il presidente del Consiglio italiano mentre gli si chiedeva di rispondere del suo antifascismo, riprendeva dopo un brusco scontro un filo distensivo con la democratica repubblica francese, cosa che pure dovrebbe essere apprezzata, e soprattutto incassava il gradimento dell’Ucraina che oggi è minacciata non dal fascismo, ma da una guerra di sterminio da parte di una potenza autoritaria, la quale si ritiene perfettamente antifascista, anzi, accusa la Nato e l’occidente di essere come il nazismo.

Per evitare di scadere nella propaganda, o dibattersi nella rete del semplice sospetto, bisognerebbe aspettare almeno il 25 aprile. Solo allora si conoscerà il volto del governo italiano. Intanto ricordiamo un governo della Repubblica che in quella data lasciò in completa e totale solitudine il capo dello Stato all’altare della patria. Nessuno che dubitasse se mai un simile governo avesse una qualche idea del fascismo. Chiusi gli italiani sui balconi a cantare “bella ciao”, quel governo era sicuramente antifascista. Infatti la Meloni, su cui si esprime un dubbio, dal 4 che aveva è andata al 30 per cento.

Archivio fotografico presidenza del Senato

Tags: antifascismoMeloni
Riccardo Bruno

Riccardo Bruno

Riccardo Bruno si è laureato in Storia della Filosofia presso l'Università di Roma La Sapienza nel 1988. Dal 1987 al 1989 collabora all'Ufficio esteri del PRI diretto dall'onorevole Vittorio Olcese. Dal 1994 è capo ufficio stampa del PRI, dal 1995 giornalista professionista iscritto alla stampa parlamentare. Nel 1999 è capo redattore de La Voce Repubblicana. È stato poi editorialista per il Foglio di Giuliano Ferrara e l'Indipendente di Vittorio Feltri. Dal 2019 è prima vice direttore de La Voce Repubblicana e poi direttore politico

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Comments 1

  1. Danilo Camillo Olivero says:
    3 anni ago

    Considerazioni ineccepibili, sia sul piano storico che su quello politico. Lo dico avendo una formazione storica e una provenienza politica (semplice elettore) dal PRI.

    Rispondi

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