Saluto con laico rispetto Papa Francesco, scomparso oggi a 88 anni. Un pontefice che ha saputo incarnare la parola di Cristo con umiltà e coraggio, affrontando temi come la guerra, la povertà, l’inclusione e la giustizia sociale; parlando agli ultimi, difendendo i deboli, opponendosi alle disuguaglianze, come dovrebbe sempre fare un uomo di Chiesa. Forse proprio per questo non piaceva a certa destra, che della fede fa un vessillo identitario e divisivo; un’arma ideologica più che un messaggio universale. Ma la Chiesa non sceglie mai un Papa per caso.
L’elezione di Jorge Mario Bergoglio portava con sé una prospettiva precisa: quella di una Chiesa che, nel nuovo millennio, ritrovasse il suo ruolo profetico, povera tra i poveri, guida morale più che potere temporale, anticipando processi geopolitici che già s’intravedevano e ponendosi nella condizione di poter governare fenomeni complessi come quelli migratori coi quali tutto l’occidente dovrà fare i conti almeno per tutto questo secolo. Il nome “Francesco” non fu un vezzo, ma un programma, come il messaggio di giustizia sociale che ha incarnato. Papa Francesco, infatti, ha parlato con il linguaggio della giustizia sociale e della dignità umana, quel linguaggio che fu anche di Giuseppe Mazzini, per il quale la fede doveva essere forza morale a servizio dell’elevazione dell’uomo e del bene comune.
Il suo pontificato ha rappresentato un vento di rinnovamento nella Chiesa, avvicinandola ai più deboli e promuovendo un dialogo aperto con il mondo. Anche chi non crede ha trovato in lui un esempio di autenticità e apertura e il suo messaggio lascia un’eredità preziosa per tutti, credenti, non credenti e anche chi politicizza la fede, esibendone i simboli ma ignorandone il messaggio evangelico. Sarà la storia a giudicare il suo pontificato, ma credo di poter dire che difficilmente non potrà essere visto come una sorta di pioniere di una nuova fase per la Chiesa, per l’Europa e per il mondo.
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