Mentre il Medio Oriente rischia l’incendio globale e i grandi leader mondiali ridisegnano freneticamente gli equilibri geopolitici, l’Italia si scopre improvvisamente una nazione di spettatori distratti e non paganti. L’immagine del Ministro della Difesa, Guido Crosetto, bloccato all’aeroporto di Dubai, non può essere derubricata a semplice contrattempo logistico; è, al contrario, la metafora plastica di un’inadeguatezza strutturale che investe i vertici dello Stato. In un momento di estrema tensione, con gli scenari bellici che potrebbero precipitare da un istante all’altro, l’Italia si è ritrovata letteralmente senza il suo Ministro della Difesa, fermo in un transito straniero mentre il mondo decideva le sorti della sicurezza globale. Poco importa, ai fini della correttezza istituzionale, che la soluzione finale sia stata il solito rientro con un volo di Stato pagato dai contribuenti magari tre volte il dovuto per rimediare all’inefficienza; il problema non è quanto si paga. Il Ministro avrebbe potuto rientrare anche gratuitamente, ma ciò non avrebbe spostato il nocciolo della questione: il “niente” che egli rappresenta in quel momento e, purtroppo, il nulla che l’Italia è tornata a rappresentare nello scacchiere internazionale.
Resta il vulnus impressionante di un evento che mette a nudo la fragilità della nostra catena di comando. Il dato politico più amaro è proprio questo: che persino una figura ritenuta “seria” e solida come Crosetto abbia mostrato, alla prova dei fatti, tutta la sua nullità operativa, svanendo nel nulla proprio quando la sua funzione richiedeva prontezza e autorevolezza. È una condizione che un Paese come il nostro non si può permettere, specialmente in questo anno che segna l’80° anniversario della Repubblica. Quella stessa Repubblica che questo governo, attraverso azioni sconsiderate e una postura internazionale dilettantesca, sembra voler mettere sistematicamente in discussione. Questa fragilità è amplificata dall’illusione diplomatica in cui vive la Presidente Meloni. La narrazione di Palazzo Chigi indugia con compiacimento sugli inviti a cena o a pranzo da parte di Donald Trump, spacciandoli per la prova di una ritrovata centralità. Ma la politica estera non è una rubrica mondana. Mentre la Premier siede a tavola a godersi la luce riflessa del cerimoniale, quando scocca l’ora delle telefonate importanti, quelle in cui si coordinano le mosse belliche, l’invito svanisce e il telefono resta muto. Trump chiama Parigi, Berlino e Londra, confermando che per Washington la cortesia non coincide con la rilevanza strategica. L’Italia viene invitata al convivio, ma esclusa dal comando.
A rendere il quadro grottesco è stata la contemporanea odissea degli oltre duecento studenti del progetto “Ambasciatori del futuro”, rimasti intrappolati a Dubai insieme al Ministro. Vedere i nostri ragazzi trattati come naufraghi della logistica mentre la diplomazia reale non riesce a garantire nemmeno il rientro del proprio titolare della Difesa, restituisce l’immagine di una maggioranza che ha scambiato la realtà con la propaganda. Ma l’aspetto più inquietante risiede nel clamoroso e totale fallimento della nostra catena di informazione e sicurezza. Il fatto che un Ministro e centinaia di cittadini si siano trovati sorpresi dagli eventi denuncia un vuoto pneumatico nell’azione dei nostri servizi. Questo fallimento dell’intelligence è il sintomo definitivo di uno Stato i cui apparati sembrano oggi diretti più verso la tutela del consenso interno che verso la sicurezza strategica della nazione. È il riflesso di un’inadeguatezza che colpisce ogni membro di questo governo, dove la competenza è stata sacrificata sull’altare della fedeltà politica. Un’inconsistenza che diventa drammatica davanti agli scenari di guerra attuali: noi repubblicani condividiamo senza riserve la necessità di colpire il cuore del terrore per liberare finalmente il popolo iraniano da una teocrazia liberticida, ma proprio per questo l’assenza di una guida autorevole è imperdonabile. In un contesto dove l’Italia è la nazione maggiormente esposta nel Mediterraneo, trovarsi con un governo impreparato significa esporre il fianco a rischi enormi.
D’altronde, questo isolamento non nasce oggi. Non dimentichiamo l’umiliazione subita dal Ministro Piantedosi, respinto a Bengasi lo scorso luglio: un segnale inequivocabile di quanto la nostra influenza sia ormai ridotta ai minimi termini. Siamo di fronte alla “Regia del Nulla”: una leadership inconsistente dove la Presidente del Consiglio sembra aver scambiato il governo con una perenne campagna elettorale. Come repubblicani, non possiamo che guardare con sgomento a questo scivolamento. Per noi la Repubblica è serietà delle istituzioni e rigore nella gestione della cosa comune. Valori calpestati da una compagine di ministri la cui preparazione appare lacunosa. Questa maggioranza non amministra, ma occupa lo spazio pubblico attraverso un metodico “sistema del rumore” per nascondere i fallimenti reali: sanità al collasso, salari al palo e un “amichettismo” inquietante. L’esecutivo parla alla propria “bolla” mediata da una stampa servile mentre il Paese reale degrada. Il vero rischio è la decadenza delle istituzioni repubblicane proprio nel loro ottantesimo anno. Quando il comando è affidato a una classe dirigente inadeguata, lo Stato smette di proteggere i suoi cittadini. Con amara ironia dobbiamo constatare che il Re è nudo, e in fondo lo sapevamo; ma il passaggio repentino da Re nudo a giullare d’Europa è un boccone veramente troppo duro da digerire per chi ama questo Paese e la sua dignità.
licenza pixabay







