Fa molto piacere sapere che anche in Italia vi sia chi si tatua lo storico tridente di Kyiv sul braccio e sia pronto a partire per difendere l’indipendenza e la libertà dell’Ucraina. Lo stesso fecero i giovani volontari statunitensi che andavano in Vietnam negli anni sessanta del secolo scorso. Sembra quasi di rivedere il film hollywoodiano Nato il quattro luglio. Fortuna vuole che un tale nobile sacrificio possa ancora essere prematuro.
A metà della giornata di ieri mentre si accusavano i loschi affari consumati dietro al piano di pace statunitense, Zelensky che aveva gli inviati a Ginevra, quelli almeno il piano lo hanno letto, rilasciava questa dichiarazione. “La delegazione ucraina sta lavorando oggi a Ginevra, concentrandosi sulla ricerca di soluzioni realizzabili per porre fine alla guerra, ristabilire la pace e garantire una sicurezza duratura. Dai membri della nostra delegazione sono già arrivati brevi resoconti sugli esiti dei primi incontri e colloqui. Al momento, c’è la comprensione che le proposte americane potrebbero includere una serie di elementi basati sulle posizioni ucraine e fondamentali per gli interessi nazionali dell’Ucraina”.
In linea di massima, il metodo generale che dovrebbe accompagnare le valutazioni sulla politica internazionale, prevede sempre di aspettare la formalizzazione dei trattati predisposti. In occasioni simili circolano sempre le illazioni più varie e ciascuno può commentarle come meglio ritiene, ci mancherebbe. Fino a quando un trattato non è ratificato, resta pur sempre un’ipotesi. Ne conviene che sarebbe alquanto controproducente finire con trovarsi il presidente dell’Ucraina favorevole all’accordo negoziale ed i più accesi sostenitori italiani dell’indipendenza Ucraina, contrari.
Un piano di pace è un compromesso per fermare la guerra, per lo meno temporaneamente. Non è mai detto che resista, anzi tanti se ne sono visti violati rapidamente. Dipende da come sono predisposti, certo, ma anche dalle circostanze e infine dai sottoscrittori. Il piano di pace firmato a Parigi da Kissinger e Le Duc Toh nel 1973 sembrava e forse era perfetto nel suo equilibro politico. Terminava con reciproca soddisfazione un conflitto decennale. Disgraziatamente non prevedeva il crollo della amministrazione statunitense causa il Watergate. Appena Nixon si dimise, Hanoi se ne fregò degli accordi stipulati. Anche il miglior piano di pace che si riesca a raggiungere in Ucraina, potrebbe comunque rivelarsi precario, inutile contestarlo prima che sia approvato. Piuttosto bisognerà prepararsi al peggio nel caso poi venisse violato.
Ieri il quotidiano La Ragione, scriveva in un suo ottimo articolo dei miti politici del cinema americano. Siamo una società dello spettacolo e proprio Hollywood ha lasciato un’impronta profonda nella vita sociale del mondo occidentale e non solo, con le sue centinaia di milioni di spettatori. La Ragione citava Newmann e Redford, ma ci sono tanti autori altrettanto prolifici. John Ford, nel 1964 ne Il Grande sentiero ci parla degli ucraini che inseguivano con le loro lance i connazionali polacchi di un sergente della cavalleria statunitense, i cosacchi. Gli americani per tutto Il novecento non hanno distinto i russi dagli ucraini. Il motivo per cui Roosevelt non fece niente per impedire l’Holodomor, il suo ambasciatore a Mosca sosteneva interamente Stalin, così come Clinton, sessant’anni dopo, non si è preoccupato dello sterminio dei ceceni, o Obama ritenesse quasi naturale occupare l’intera Crimea con un blitz militare.
Con tali precedenti vedere anche solo che la presidenza degli Stati Uniti d’America riconosce la necessità di salvaguardare per lo meno una parte importante dell’Ucraina, a cominciare dal suo legittimo governo, era quello finito nel mirino della Russia, significa un bel passo avanti. Poi il nostro giudizio può restare comunque negativo. Vogliamo appunto riscattare l’integrità nazionale di un paese e del suo popolo, ci tatuiamo e andiamo al fronte. Non però mentre gli ucraini stanno discutendo il piano nella speranza di una soluzione diplomatica soddisfacente.
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