Il voto in Calabria non fa che confermare un quadro politico ormai consolidato: un Paese che continua a disertare le urne, una maggioranza che, pur senza entusiasmare, resta in sella, e un’opposizione che non riesce a trasformare la mobilitazione delle piazze in consenso elettorale. Non è una novità che l’astensionismo sia diventato la vera maggioranza silenziosa. Ma ciò che preoccupa di più è il vuoto di proposta che rende questa assenza un atto di disillusione, non di indifferenza.
L’esito calabrese non cambia i rapporti di forza, e se qualcosa conferma, è che in un contesto di bassa affluenza, il voto “indirizzato”, spesso radicato in reti clientelari o spinte da appartenenze familiari e locali, diventa più determinante che mai. Eppure, nelle scorse settimane abbiamo visto tante piazze animate da giovani, su temi e battaglie importanti come la difesa delle popolazioni civili decimate a Gaza dal perdurare di una guerra provocata da Hamas che ha fornito al governo israeliano l’alibi per intervenire militarmente sulla striscia per difendere la sua stessa esistenza. Ma l’effetto rivoluzionario di quelle presenze si è fermato lì, tra cori e bandiere. Nelle urne, invece, è mancato ancora una volta il salto di qualità: dalla protesta all’alternativa.
È il solito film, che porta al solito detto nenniano: “Piazze piene, urne vuote”. La ragione è semplice. Non si vince né si governa solo per opposizione. Una coalizione larga può essere utile per conquistare Palazzo Chigi, ma serve ben altro per poi restarci con credibilità. Serve una visione. Serve una cultura di governo. Servono contenuti. E soprattutto, serve superare l’idea che basti unire tutto ciò che si oppone alla destra per essere automaticamente alternativa.
Il centrosinistra ha bisogno di una visione che non sia solo “contro” qualcuno, ma “per” qualcosa. Il problema del cosiddetto “campo largo”, che di largo oramai ha solo la distanza che separa i suoi candidati da quelli della destra, non è la sua estensione partitica ma la sua inconsistenza programmatica. Manca un’identità comune, e anche dove se ne disegna una, lo si fa per esclusione. Come si possono conciliare, ad esempio, la visione economica dei 5 Stelle con quella del mondo liberal-democratico, o quella europeista e atlantista che difenda il diritto di Israele del PRI con quella anti-NATO e antisionisti di certi settori estremi e non solo?
Non bastano l’afflato umanitario o i diritti civili – fondamentali, certo – a fare un progetto di governo. E oggi, per larghi strati del Paese, le priorità si chiamano salari, inflazione, sicurezza, sviluppo, energia, riforme istituzionali, investimenti, scuola, sanità. Una coalizione che vuole essere realmente alternativa alla destra non può accontentarsi di posizionarsi sul lato opposto rispetto a Meloni, ma deve tornare a parlare al centro. Quel centro oggi abbandonato, sfiduciato, a volte silenzioso, ma decisivo.
Occorre una proposta riformista, europea, repubblicana, laica e responsabile. E occorre tornare a dare dignità alla politica come luogo della mediazione, non come somma di identità radicali o slogan rabbiosi. Finché non si farà questo passo, Meloni & C. continueranno a godere di una posizione di vantaggio. La loro non è una forza trascinante, ma è solida perché non c’è ancora un’alternativa strutturata, credibile e coerente.
In questo contesto, è importante notare come la democrazia delle piazze non sembri essere riuscita a cambiare la sfiducia nelle assemblee rappresentative. Anzi, sembra che la politica si stia muovendo verso un paradigma in cui la giustizia e la legalità sono utilizzate come armi politiche, piuttosto che come principi fondamentali della democrazia.
Il caso delle Marche, dove un avviso di garanzia ha penalizzato Ricci e rafforzato Occhiuto, è un esempio emblematico di questo fenomeno. Sembra che la sinistra tradizionalmente legalitaria stia assumendo posizioni più severe e “forcaiole”, mentre la destra, tradizionalmente più permissiva, stia adottando un atteggiamento più lassista. Questo cambio di paradigma è preoccupante e rischia di minare la credibilità delle istituzioni e la fiducia dei cittadini nella politica.
In questo contesto, è ancora più importante che la politica torni a concentrarsi sui contenuti e sulle proposte, piuttosto che sulle strategie di comunicazione e sulla demonizzazione dell’avversario. Solo attraverso un dibattito serio e responsabile sarà possibile ricostruire la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella politica.
Se davvero si vuole costruire qualcosa di diverso, occorre partire da un “campo serio”, prima ancora che “largo”. Un campo che unisca sul merito e non sul nemico comune; che costruisca una visione del Paese che vada oltre la stagione della protesta permanente.
Il tempo c’è ancora. Ma è sempre meno. E il 2027 è già dietro l’angolo.






