Per fare piena luce sulla strage di Capaci servirebbe Giovanni Falcone, morto nell’agguato o per lo meno Paolo Borsellino, eliminato tre mesi dopo. E da allora sono passati trent’anni. In quest’arco di tempo, tra tanta retorica ed ancor più grande ipocrisia, abbiamo letto una dichiarazione di agenzia della giornalista francese Marcelle Padovani, sua coautrice, di una telefonata in cui Falcone le avrebbe detto chi si celasse dietro le “menti raffinatissime” del primo attentato subito. Niente di meno che il commissario antimafia Domenica Sica, che gli aveva soffiato un incarico al quale pure avrebbe dovuto essere il naturale e obbligato unico candidato. Il giornalista italiano, Saverio Lodato, ha praticamente confermato questa dichiarazione della collega Padovani adducendo una frase di Falcone ancora più esplicita, ovvero che Sica e La Barbera erano arrivati a Palermo per “fotterlo”, testuale. Falcone nelle sue inchieste ha sempre diffidato di un terzo livello della mafia, per lo meno fino a quando non si è ritrovato lui come bersaglio. Dal che diventa plausibile l’idea di un cambio di strategia, o per lo meno di una mafia che non opera più da sola. Totò Riina sarà pure stato potente, ma certo non è una mente raffinata. Che poi possa esserci stata la politica, la zona d’ombra dello Stato disposta a fiancheggiare Cosa Nostra, è discutibile. Di sicuro per Falcone vi doveva essere comunque una mediazione altra. “Esterna”?, interna? Chissà.
Per cui perdonateci se ci tiriamo dietro con tutto il rispetto delle sentenze processuali i dubbi e le angosce che provammo quel giorno nefasto del 23 maggio del 1992. Non la possiamo scordare quella data. Anche perché questo giornale vanta un merito storico, quello di aver difeso senza tentennamenti Giovanni Falcone dal 1986 al suo ultimo giorno su questa terra. Ricordiamo con noi e speriamo di non fare torto a nessuno, solo il quotidiano socialista “l’Avanti”, disposto a respingere tutti gli attacchi e i sospetti che provenivano dagli altri organi di stampa. Non è una bella pagina della storia giornalistica italiana, sembrava quasi dall’essere ad un passo dalla riedizione del caso Calabresi.
Anche per questo pochi mesi prima dell’attentato di Capaci il segretario del Pri Giorgio La Malfa invitò a cena Giovanni Falcone a Roma al ristorante la Carbonara per offrirgli un posto sicuro in parlamento nelle liste dell’edera. La Malfa era convinto che tirasse intorno al giudice un’aria mefitica. Possiamo testimoniare che Falcone comprese perfettamente l’antifona, disgraziatamente non ci si vedeva proprio a Montecitorio. Voleva continuare a fare il suo lavoro, costasse quello che costasse. “La vita vale il bottone di questa giacca” e questa frase la disse con il suo sorriso, un’ironia che gli scivolava di dosso e a cui non rinunciava nemmeno quando si trattava di sé stesso. L’ironia, nei mistici tedeschi, non sappiamo se anche nei magistrati siciliani, assume un significato religioso.
Falcone per rimanere operativo avrebbe accettato la consulenza al ministero della Giustizia offertagli dal ministro Martelli, settimo governo Andreotti. Il Pri avrebbe eletto a Palermo il giudice del suo dissolto pool, Ajala, che, grazie a Dio, almeno lui, non saltò per aria.
foto Fondazione Falcone







