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Quando vincere non basta

Eugenio Fusignani di Eugenio Fusignani
27 Settembre 2025
in Attualità / Politica
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L’appello all’unità delle opposizioni, è divenuto una sorta di mantra che Elly Schlein, rilancia pressoché quotidianamente. Ma se è comprensibile che, in un sistema elettorale che penalizza la frammentazione, costruire un fronte ampio sia diventato quasi una necessità tecnica, non lo è affatto continuare ad invocare un contenitore senza riempirlo di contenuti. Infatti, unirsi per convenienza non equivale a costruire un progetto politico senza il quale, anche la vittoria più netta (e non sarebbe comunque scontata) rischia di essere effimera. Perché, lo sappiamo bene, vincere una consultazione elettorale è importante, ma governare è tutta un’altra cosa.

Il campo largo, di per sé, non è un fine, ma al massimo, un metodo che, come ogni metodo, deve essere orientato a un obiettivo chiaro che oggi, ancora manca. Ad oggi l’unico obiettivo chiaro resta, infatti, esclusivamente unirsi per battere la destra. Dunque non un’alleanza per costruire qualcosa ma contro qualcuno contro qualcosa, nel caso specifico, contro il governo Meloni. Anche perché allearsi “contro” è molto più facile che allearsi “per”. Invece è proprio qui che si misura la statura di una leadership, la coerenza di una proposta e la capacità di trasformare una somma di posizioni in una visione condivisa.

Se è vero che a livello amministrativo, il campo largo ha trovato spazi di espressione, a volte anche positivi, è altrettanto vero che nelle realtà locali, dove si lavora sulla concretezza dei servizi, delle infrastrutture, dei bisogni delle comunità, il dialogo è spesso più semplice perché si lavora gomito a gomito, con obiettivi comuni, anche tra forze diverse. Ma il discorso cambia completamente quando si sale di livello e si guarda alla scena nazionale. È lì che le contraddizioni emergono con forza.

Come si può immaginare un’alleanza coesa tra forze che hanno visioni radicalmente diverse sul ruolo dell’Europa, sulle alleanze internazionali, sulla politica economica o sulla questione israelo-palestinese? Come si tengono insieme le posizioni di AVS, che su certi temi internazionali assumono toni quasi estremi, con quelle di un’area laica, europeista, riformista, che si riconosce nella cultura liberal-democratica e nel garantismo?

Come si può costruire una proposta comune con un M5S che continua a muoversi in modo ambiguo sull’economia, spesso ostile all’iniziativa privata, allergico alle riforme strutturali, legato ancora a logiche assistenziali e populiste? Dove si incontrano, davvero, queste culture politiche? Qual è lo spazio comune? Dove finisce il compromesso e dove inizia il tradimento delle proprie idee?

Non basta dirsi contro la destra per essere automaticamente credibili e non basta sventolare parole d’ordine identitarie per parlare al Paese. Un’opposizione che si limita a essere un “fronte del no” rischia di parlare solo a sé stessa, mentre la maggioranza che governa costruisce narrazioni semplici, polarizzanti, ma efficaci.

Noi Repubblicani siamo all’opposizione del governo Meloni, ma non solo per riflesso ideologico o per calcolo elettorale ma lo simao nel merito delle sue scelte e del suo metodo.

In questo senso per l’approccio illiberale alle riforme istituzionali, per un disegno sull’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese, per una politica estera confusa, che isola l’Italia proprio quando avrebbe bisogno di rafforzare la propria voce in Europa. E anche per una cultura politica, quella dell’attuale destra di governo, spesso regressiva, chiusa, contraria alla modernizzazione del Paese.

Ma la nostra opposizione non si trasforma automaticamente in adesione a un campo soprattutto se quel campo è indefinito, privo di regole, di una visione, di una strategia.

E qui veniamo al punto centrale: la responsabilità che dovrebbe assumersi il PD che per storia e peso elettorale, dovrebbe essere il perno di un’alleanza ampia e plurale, certo, ma capace di elaborare una proposta coerente e moderna. Invece, fino ad oggi, quel ruolo non è stato esercitato. Elly Schlein ha rilanciato l’idea di unità, ma senza indicare un orizzonte politico concreto, un metodo, un linguaggio comune, una grammatica della coalizione.

Il risultato è che il “campo largo” continua a sembrare una somma di debolezze, più che una moltiplicazione di forze. Un cartello elettorale potenziale, ma ancora privo di una regia politica e di una sintesi. E la storia politica italiana ci insegna che senza una visione unitaria, i governi nati su basi fragili cadono in fretta perché un Turigliatto o un Mastella, sono sempre dietro l’angolo.

Per questo, cara Elly Schlein, noi non abbiamo paura del campo largo, ma ci interessa tanto ( o solo) sapere non solo con chi coltivalo ma ci interessa capire cosa ci si vuole coltivare. Perché se sarà un orto di slogan, di compromessi al ribasso, di parole d’ordine usurate, non darà frutti. Se invece sarà un progetto serio, riformatore, laico, moderno e responsabile, allora si può lavorare.

Ma allora servono un cambio di passo per una visione che non sia ideologica ma politica, e una proposta programmatica vera con contenuti, priorità, strumenti, risorse. Per questo è necessario una prospettiva che non sia solo battaglia dio testimonianza ma progetto di governo. Il tempo per costruirla c’è, ma è sempre meno. Il 2027 sembra lontano, ma è dietro l’angolo.

Le imminenti elezioni regionali rappresentano, in questo contesto, un banco di prova importante. In Toscana e nelle altre realtà delle Marche, della Calabria, della Puglia e della Campania, il PRI parteciperà al campo largo con spirito costruttivo e con la chiarezza che ci contraddistingue. Lo faremo, come sempre, con il massimo senso di responsabilità e nel rispetto delle autonomie locali. Ma sappiamo bene che queste alleanze, pur legittime e necessarie in ambito amministrativo, non sono automaticamente trasferibili sul piano nazionale, se non si creano prima le condizioni politiche e culturali che abbiamo provato a delineare in questo articolo.

Per questo oggi più che mai serve chiarezza. Serve leadership. Serve metodo. Perché l’alternativa alla destra non può essere solo una somma di sigle: deve essere un’idea forte di Paese.

Tags: campolargo
Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani

Eugenio Fusignani è Cavaliere della Repubblica e membro del Tribunato di Romagna. Laureato in Economia aziendale e marketing, svolge l’attività di geometra come libero professionista. Dal 2021 è presidente nazionale di Culturalia, settore culturale dell'Agci. Iscritto al Partito Repubblicano Italiano dal 1976, attualmente è Segretario regionale del Pri dell’Emilia-Romagna. Dal 2016 è vicesindaco del Comune di Ravenna

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