Il professor Riccardo Gallo con un suo articolo per il Sole 24 ore di ieri ha analizzato i dati sulla produzione industriale europea degli ultimi 25 anni. Gallo rileva che tra il primo e l’ultimo trimestre del quarto di secolo esaminato, nell’Europa a 27, la produzione è aumentata del 24%, con profonde differenze tra ogni paese. Mentre l’Irlanda ha aumentato la sua produzione industriale del 47% e i Paesi Bassi del 36%, la Germania solo del 17%. Questo per compensare i paesi che invece hanno perso posizioni disperatamente, Nemmeno a dirlo l’Italia ha avuto la più grave caduta della produzione continentale, meno 23 per cento.
S capisce come un governo che vanti successi economici straordinari sul fronte dell’occupazione, ancora ieri il presidente del consiglio ha detto che i magistrati complottano, ma l’economia va bene, sia imperturbabile davanti alla minaccia dei dazi e all’arrendevolezza della commissione. Anche se Trump mettesse sui prodotti italiani una tassa del cento per cento, come abbiamo fatto noi su quelli americani, il giorno dell’introduzione dell’euro, cosa volete che questo possa pesare su Stellantis? Stellantis già produce le sue poche auto in America, anzi, considerata la filiera internazionale che la caratterizza, la sede legale, viene da chiedersi se Stellantis possa ancora essere considerata italiana. E i dazi sull’acciaio, quando nonostante le promesse del ministro Urso, l’Ilva ancora è morta? Al limite, l’Italia subirebbe un colpo durissimo nel farmaceutico con la dolce euchessina, se esiste ancora, perché per l’alimentare, gli americani continueranno a comprare i nostri prodotti di qualità anche con tasse al duecento per cento. Certo la componentistica soffrirebbe ma soffre di più la desertificazione. Il giorno in cui il governo dovesse prendere atto di questo disastro, ecco che potrebbe accusare i dazi, l’inerzia della von der Layen e dichiararsi innocente.
Un governo degno di questo nome non starebbe ad aspettare la partita sui dazi. Già avrebbe presentato un piano di rilancio industriale per ridare fiato al paese, cioè avrebbe per prima cosa tolto Urso dal ministero che ricopre. D’altra parte, il presidente del consiglio ha parlato anche di fare dell’Italia una superpotenza turistica, quindi in un futuro di ristoratori, cuochi, bagnini e camerieri, perché mai preoccuparsi del quadro industriale, è già dato per perso, tanti saluti. Messi su cento Twiga, ci rifacciamo sugli americani con tutti gli interessi.
In una situazione del genere tutto sommato stona l’iniziativa del ministro Salvini sul ponte dello Stretto. Tutte le critiche che gli sono state rivolte sono giuste. Il ponte apparirebbe una cattedrale nel deserto. Mancano le infrastrutture stradali e ferroviarie, manca ancora la tav, c’è prima da reprimere la popolazione della val di Susa, mancherà questo e quest’altro. Resta il fatto che in 25 anni non si è presa una qualche iniziativa sull’indotto. Magari i soldi sono statu pure stanziati e non ci sono i progetti. Oppure i progetti sono stati fermati o procedono a rilento. Vai a sapere della catena decisionale burocratica, per cui se davvero si costruisse questo colosso miliardario, non si può escludere a questo punto nemmeno un contraccolpo positivo sull’intero sistema. Magari gli investitori continueranno ad investire, altri se ne aggiungeranno a loro volta e il ponte potrebbe riuscire a stimolare una situazione compromessa mettendo in moto qualcosa che oggi appare senza speranza, la modernizzazione del mezzogiorno che comporterebbe inevitabilmente un ritorno industriale. Sempre che non facciano tutto il lavoro, bulloni, cavi, cemento, acciaio, i cinesi. Per quanto possa apparire incredibile, il futuro dell’Italia è appeso alle iniziative del senatore Salvini.
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