Di Alasdair MacIntyre, filosofo morale scozzese morto, lo scorso 21 maggio, all’età di novantasei anni e noto, soprattutto, per la sua opera: Dopo la virtù (1981), il libro che oggi segnaliamo (L’etica nei conflitti della modernità. Desideri, ragionamento pratico e narrative, a cura di S. Maletta, D. Mazzola e D. Simoncelli, Mimesis, Milano-Udine 2024, pp. 446), uscito originariamente nel 2016, costituisce una vera e propria summa del suo pensiero. Un libro che – come scrive l’autore nella «Prefazione» – intende rivolgersi al lettore profano, ossia a colui che si pone un genere di domande, soprattutto morali, che non sono connotate filosoficamente in senso tecnico. Si parte dall’identificazione di quell’insieme di beni il cui possesso è un requisito essenziale affinché ognuno di noi possa disporre di una «vita buona», quale che sia la sua cultura e il suo ordine sociale. Essi sono almeno otto: una buona salute, un buon tenore economico, sane relazioni familiari, una sufficiente istruzione, un buon lavoro, disporre di tempo libero, avere buoni amici, nonché la capacità di conferire un ordine alla propria vita, prendendo atto dei propri errori e imparando da essi. Quanto più è assente uno o più beni di quelli appena elencati, cosa che comunque non impedisce di raggiungere un livello di vita eccellente, tanto più noi dovremmo far fronte alle difficoltà che una tale assenza comporta. Ora, spesso noi siamo chiamati a operare una scelta fra beni, scelta che, in alcuni casi, può essere anche dolorosa. Tuttavia, ciò che conta per una «vita buona» non è tanto la scelta in sé, quanto la natura e la qualità della deliberazione con cui la mettiamo in atto. Nel senso che è attraverso l’esercizio della nostra capacità di discernimento critico nello scegliere che noi determiniamo la “bontà” della nostra vita. Al riguardo, McIntyre afferma che noi abbiamo una buona ragione per desiderare qualcosa solo se «agire in modo da conseguire l’oggetto di questo desiderio significa agire in modo da conseguire un certo bene».
Dicevamo degli ostacoli al raggiungimento di una piena «vita buona» dati dalla mancanza di uno o più beni. Ebbene, essi si possono superare esercitando quella che McIntyre chiama «intraprendenza» e che considera come «un costitutivo essenziale di molte vite buone. La mancanza di una tale intraprendenza potrebbe essere il risultato del non essere riusciti ad impararla o del non aver voluto rischiare quando era necessario». Tuttavia, noi siamo inclini a sbagliare anche per un altro motivo: perché ci lasciamo sedurre dal piacere, dall’ambizione e dall’amore per il denaro. Aspetti, questi, che certamente non vanno del tutto messi da parte, ma a cui noi, nell’esercizio della «vita buona», dobbiamo accordare semplicemente il giusto peso.
Ma gli ostacoli al raggiungimento di una «vita buona» possono derivare anche dallo stato in cui versa la società di mercato in cui oggi viviamo, la quale fa leva, come strumenti per l’espansione del capitalismo, sulla retorica seduttrice della pubblicità e sul marketing. Strumenti che suscitano desideri che noi, in quanto agenti orientati verso il fine della «fioritura umana», non abbiamo nessuna ragione di assecondare. Il che fa sì che ci troviamo periodicamente in contrasto con l’ethosdelle società capitalistiche più sviluppate, nonché in conflitto con coloro i cui valori coincidono con quelli che sono dominanti in tali società. E quando parla di «fioritura umana» il filosofo scozzese si riferisce a quella condizione che si dà come l’attuazione piena delle potenzialità della nostra natura, dove noi consideriamo “buono” non semplicemente ciò che è desiderato individualmente, ossia ciò che come misura dell’azione giusta si attiene al criterio della massimizzazione dell’utilità, ma ciò che vale in una dimensione comunitaria.
Per McIntyre, ciò che manca alla prospettiva sviluppata dalla società capitalistica è così una concezione dell’attività economica che sia diretta, in modo cooperativo e intenzionale, verso la realizzazione dei beni comuni, compresi come Aristotele e san Tommaso li hanno intesi, nonché il fatto che è solo attraverso l’individuazione di tali beni che i singoli sono in grado di realizzare anche i loro beni individuali. Scrive: «La mia argomentazione è volta a mostrare che è solo da una prospettiva aristotelico-tomista che siamo in grado di caratterizzare adeguatamente alcuni tratti fondamentali dell’ordine sociale della modernità avanzata e che l’aristotelismo tomista […] è capace di fornirci le risorse per costruire una politica e un’etica contemporanea che ci permetta e ci richieda di agire contro la modernità dall’interno della modernità».
Il punto è che la nostra società di mercato ha prodotto sì molta ricchezza economica e culturale, ma anche, al contempo, molta diseguaglianza, a livello tanto di reddito quanto di benessere. Cosa che si ripercuote su di noi, privandoci della capacità di venire educati a operare delle scelte che siano, di volta in volta, adeguate. In sostanza, è solo a partire da una «deliberazione condivisa, regolata da criteri indipendenti dai desideri e interessi di coloro che vi prendono parte», che è possibile sviluppare quell’«abilità di riconoscere» che ci porta a individuare «che cosa si dovrebbe cambiare e che cosa potrebbe essere cambiato di se stessi nell’ordine sociale e istituzionale in cui l’agente è inserito», in modo così da «raggiungere i beni costitutivi della vita buona e goderne».
Il libro si conclude così con la messa a fuoco del rapporto che corre fra desiderio e ragionamento pratico, sottolineando come il fine che ci muove nell’esercizio delle virtù morali e razionali sia comprensibile solo narrativamente, ossia nel segno della storia biografica che rende unica ognuna delle nostre vite.
Foto Cortile con natura morta di animali e frutta, Adriaen de Gryef (Leida 1657 – Bruxelles 1722) | CC0







