Abbiamo sempre inteso su questo giornale, e sulle pubblicazioni che abbiamo curato, di trovare il proprio della tradizione repubblicana (che la distingue e caratterizza rispetto ad altre tradizioni del mondo liberal-democratico) nel particolare concetto di Stato che non è, come ha voluto la lettura che Popper fece di Hegel, un imporsi, ma un tessere. Come l’idea di Stato in Mazzini. La partenza che entra nel diritto e poi nello Stato è lo spirito soggettivo, il farsi della libertà, lo sviluppo della presenza a sé e della coscienza, come abbiamo evidenziato ne Il fulmine della soggettività. In questa operazione chiarificatoria (e pre-ideologica) ci è molto d’aiuto l’ultimo grande lavoro di Antonio De Simone, Soggetti di diritto. Il discorso filosofico-giuridico di Jürgen Habermas (Mimesis). Vita e istituzioni, secondo il filosofo tedesco, tra i massimi esponenti della Scuola di Francoforte, non soltanto non si configurano come “due linee di forza divergenti” ma si appellano come “due lati di un’unica figura”. Detta altrimenti, l’istituzione «non è una gabbia che aliena la vita, non solo perché la vita senza istituzioni è impensabile, ma perché, ancora più radicalmente, la vita umana è già in se stessa una istituzione che non cessa di istituirsi, la spinta a trovare una forma singolare del suo desiderio». Machiavelli e soprattutto Hegel hanno sviluppato criticamente una consapevolezza ineludibile “per affrontare i principi della libertà, del diritto, e della giustizia sociale intrinsecamente connessi nella forma di un’analisi e ricostruzione normativa della società moderna complessa e differenziata e delle sue sfere costitutive che si oggettivano, nel loro sviluppo storico, in incarnazioni istituzionali di un insieme di valori che si materializzano nel vivere socialmente non immune da forme di patologie sociali”.
Certo, adesso dobbiamo fare i conti con il nostro tempo, nell’era del digitale, dell’intelligenza artificiale, nel “cerchio della sorveglianza tra controllo e protezione, nella protesi-mercato degli sguardi in rete, dalla condizione individuale a quella dividiale, nell’ineffabile ‘messa in scena’ del soggetto nella società del palcoscenico e nelle forme contemporanee di alienazione, una condizione che vive quotidianamente nell’estetica del selfie. La solitudine dei contemporanei, annota giustamente De Simone, ha assunto il nuovo volto del nexus determinato dal flusso continuo delle informazioni. Una situazione che induce a chiederci se sia possibile fondare in generale la forza peculiarmente vincolante di norme e valori sulla base della libertà soggettiva e della ragion pratica di un uomo rimasto “orfano di Dio”.
Habermas individua nel diritto il medium formale, procedurale e istituzionale dell’integrazione sociale. «Le persone sono come nodi, o punti d’incontro, in una serie ascrittiva di culture e tradizioni». Ogni concetto di inclusione, oggi che si riflette sulla necessità di una ragionata “remigrazione” , “deve rendersi sensibile anche allo sfondo culturale delle differenze individuali e di gruppo”.
«Ma come legittimare questo diritto, affinché tutti ne accettino e riconoscano il carattere coercitivo? La legittimità del diritto si gioca tutta nella promessa di una tutela della libertà degli individui che apre le porte alla questione dilemmatica: da dove trae legittimità il diritto moderno dopo la secolarizzazione? Il diritto non chiede solo accettazione, non chiede ai destinatari soltanto un riconoscimento fattuale, ma pretende anche di meritarsi questo riconoscimento. I moderni ordinamenti giuridici sono sostanzialmente fondati su diritti soggettivi che concedono a ogni persona giuridica uno spazio legale per agire partendo dalle proprie preferenze. In questo senso le norme giuridiche devono esser fatte in modo tale da poter essere considerate contemporaneamente sia come leggi di costrizione che come leggi di libertà. Storicamente la tradizione del liberalismo ha sottolineato il ruolo egemone dei diritti privati soggettivi, mentre quella del repubblicanesimo ha difeso i diritti politici di partecipazione e comunicazione che rendono possibile l’autodeterminazione civica: tutto ciò ha prodotto la scissione della persona nella sua identità pubblica di cittadino e in quella non pubblica di privato». La probabilità di dar vita a questo “mondo di giustizia” rientra proprio nella capacità dei cittadini di essere disposti a “uscire dal ruolo di privati soggetti giuridici e ad abbracciare la prospettiva del partecipante alla determinazione del bene comune”. La ‘tenuta’ dell’intera costruzione del paradigma giuridico procedurale habermasiano – (compresa la tenuta stessa del moderno stato democratico di diritto) – viene a dipendere dunque da un elemento “proceduralmente non generabile, ossia dalla cultura politica dei cittadini democratici, dalla loro eticità democratica”.
Il confronto con Max Weber, nella definizione di “soggetti di diritto” è essenziale, e ripercorso in modo molto efficace nella lezione di De Simone. «I diritti positivizzati nella forma di norme costituzionali non devono essere intesi come la traduzione giuridica di diritti o norme morali stabiliti antecedentemente, poiché essi costituiscono semplicemente un altro aspetto dello stesso processo di differenziazione: la funzione dei diritti non è solo di garantire le libertà concesse all’individuo, ma anche di rendere queste libertà compatibili reciprocamente. Tutto ciò comporta, secondo Habermas, la distinzione tra libertà comunicativa e libertà soggettiva: la prima è la libertà di prendere posizione verso criticabili pretese di validità, la seconda invece è la prerogativa, basata sul diritto e assicurata comuniticativamente, di poter “fuoruscire dall’agire comunicativo” e ritirarsi in una posizione di “mutua osservazione e reciproca influenza” in cui non dobbiamo fornire le ragioni delle nostre azioni agli altri. Pertanto, i diritti “negativi” incastonati nelle costituzioni delle democrazie moderne sono quindi delle norme, legittimate per via comunicativa, le quali delimitano l’ambito all’interno del quale all’individuo è garantita la libertà soggettiva, ovvero l’ambito nel quale l’individuo è autorizzato ad agire strategicamente: in questo senso la ragione comunicativa è una forma autolimitantesi di ragione, cioè dà a sé stessa i propri confini e istituisce l’altro da sé». Il principio democratico spiega il senso “performativo” della prassi di autodeterminazione di soggetti giuridici che si riconoscono a vicenda come liberi ed eguali consociati. Se il principio morale è un quid che funziona nel lato interno, quello democratico si riferisce invece all’istituzionalizzazione esterna di una paritaria partecipazione politica e diventa il cuore del sistema dei diritti, da cui possono ricavare legittimità i moderni ordinamenti giuridici. Le genesi logica di Habermas fonda cinque categorie di diritti fondamentali: (1) i diritti che garantiscano la massima libertà individuale, limitata dalle altrui libertà; (2) i diritti che definiscono lo status di membro associato, cioè a quale titolo si appartiene a una comunità giuridica; (3) i diritti che rendono azionabili gli altri diritti; (4) i diritti politici; (5) i diritti sociali.
Ma Habermas è questo e di più. Dal momento in cui si passa da contesti tutti teorici a una normativa dell’azione, occorre fondare – attraverso un percorso parallelo a quello a sua volta compiuto da Karl-Otto Apel – un’etica della comunicazione e del discorso come normativizzazione dell’agire comunicativo. Il compito (nuovo) della ricerca filosofica è chiarire il nesso indissolubile tra ragione e normatività passando attraverso la mediazione del linguaggio: in quanto linguistica, la ragione è comunicativa, e in quanto comunicativa, è normativa. È la fase di opere quali L’etica del discorso (1983) e Fatti e norme (1992). «L’etica del discorso habermasiana si inserisce nella cerchia di quelle scienze ricostruttive che hanno a che fare con i fondamenti razionali del conoscere, del parlare e dell’agire, ma altresì verifica i suoi assunti, se pur “indirettamente”, inserendosi in teorie dello sviluppo della coscienza morale che su quello dell’ontogenesi: sono infatti le ricerche dello psicologo cognitivista Lawrence Kohlberg a offrire, tra l’altro, il sostengo empirico più valido alle ipotesi habermasiane per la fondazione (anche psicologica) dell’universalità dei principi dell’etica del discorso. L’etica del discorso proposta da Habermas, inoltre, si collega al complesso e multiforme movimento per la “riabilitazione della filosofia pratica” che trova in Aristotele e Kant i suoi due numi tutelari e che si sviluppa originariamente in Germania nella seconda metà del Novecento».
Habermas durante una discussione alla Munich School of Philosophy | Wolfram Huke | CC BY-SA 3.0







