Per riformare l’ordinamento della magistratura attraverso un referendum, occorreva, come minimo, una condotta irreprensibile da parte del governo, tale da porlo al di sopra di qualsiasi interesse che non fosse quello esclusivo dei cittadini. Non a caso il procuratore Gratteri è intervenuto nel dibattito referendario dicendo che mafiosi e massoni avrebbero votato si. Gratteri intimidiva il corpo elettorale e poi avrebbe minacciato la libera stampa. Nemmeno a dirlo, ad una settimana dal voto è scoppiato il caso Delmastro, tale che la voce repubblicana scrisse, Delmastro deve dimettersi immediatamente sua sponte. Non solo Delmastro non si è dimesso, ma il presidente del Consiglio è sceso in campo per difenderlo, accusando “la manina” che aveva fatto girare la notizia. Cioè, il presidente del Consiglio che voleva separare le carriere dei magistrati, lamentava che si venisse a sapere della società sottoscritta con famigliari dei prestanome della mafia, da parte del suo sottosegretario alla Giustizia. In confronto, Craxi, sottovalutando l’arresto di Mario Chiesa, vedeva lontano e nemmeno lo aveva difeso, Craxi, il Chiesa.
In una campagna elettorale che era già diventata una baraonda e che il governo aveva condotto abbastanza tritamente, ecco il colpo di cannone che mandava tutto all’aria. Il problema politico istituzionale aperto ora per il futuro del governo, non è la sconfitta nel referendum, il referendum solo propagandisticamente influisce sulla decorrenza della legislatura. Pesa invece la mancanza di sensibilità per il caso Dalmastro, l’arrogante incoscienza di Palazzo Chigi.
Che il governo resti in piedi in queste condizioni a lungo, considerando anche solo gli scontenti della Lega e di Forza Italia, alla fine sono stati anche i loro elettori ad aver bocciato la riforma del ministro Nordio, è un’ipotesi piuttosto peregrina. Un altro anno di tempo e sarà sempre più evidente l’intero fallimento dell’esecutivo Meloni. Tanto che farebbe meglio a rinunziare subito, mentre l’opposizione è ancora un coacervo indistinto di voci una sull’altra, un’officina sgangherata. .
Per una volta, l’onorevole Schlein ha parlato di centrosinistra, non di campo largo, aggiungendo che la Giustizia ha bisogno comunque di una riforma. In effetti il sistema giudiziario italiano è pari a quello bulgaro. Se un centrosinistra vincente si può sempre ricostruire, è un problema relativo ai suoi protagonisti ed ai suoi programmi, una riforma della Giustizia dopo questo voto sarà davvero difficile da ottenere. Fanno bene i magistrati napoletani a festeggiare in maniera sciamannata. Da tempo non sono più il quarto potere dello Stato, come diceva il vicepresidente della Costituente, Giovanni Conti. Puntano piuttosto a diventare presto il primo. Una super casta intoccabile.
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