Finché regnerà il bipolarismo, ogni pretesa di costruire un Terzo Polo sarà condannata a ripetere gli errori di chi l’ha già tentato e fallito.
Da trent’anni, nel nostro Paese, si rincorre ciclicamente l’idea di un “Terzo Polo”: la speranza di costruire uno spazio politico che non sia né destra né sinistra, ma che incarni una visione riformatrice, laica, europeista, moderna. Eppure, tutte le esperienze che hanno tentato questa via (da Monti a Renzi, da Casini a Calenda, da Giannino a Cottarelli) sono naufragate. Una decina di tentativi, una decina di fallimenti. E non per caso.
La verità è semplice: in un sistema elettorale strutturalmente bipolare, il Terzo Polo è un’anomalia destinata a essere schiacciata. Il meccanismo maggioritario, in qualunque forma lo si mascheri, impone la logica del “voto utile” e condanna ogni proposta terza all’irrilevanza. Si vota per vincere o per impedire che vinca l’altro. Non c’è spazio per chi propone una sintesi, per chi ragiona in termini di progetto e non di appartenenza.
E qui vale la pena di ricordare tre riflessioni di Indro Montanelli, che ben conosceva le viscere del Paese e la sua antropologia politica.
La prima è rivolta a chi, per giustificare l’ennesimo esperimento di “centro liberale”, cita modelli continentali o oltremanica: “Non siamo inglesi”, ammoniva Montanelli, “e dobbiamo fare i conti con la cultura politica italiana, che non è fatta di fair play parlamentare ma di fazioni, clientele e appartenenze tribali.”
La seconda, ancora più amara, riguarda le fondamenta sociali: in Italia non esiste una borghesia illuminata capace di sostenere un progetto del genere. “La nostra borghesia – scriveva Montanelli – non ha mai avuto senso civico, solo senso del privilegio.” E aggiungendo oggi la nostra osservazione, va detto che il capitalismo familistico italiano, chiuso nei suoi recinti di rendita e di potere, non aiuta certo a costruire un partito di modernizzazione.
La terza riflessione è di natura culturale e spirituale: persino la religione gioca contro questa ipotesi, avendo modellato le coscienze non secondo l’etica protestante della responsabilità individuale, ma secondo un “perdonismo mediato”, che assolve tutto e tutti e raramente spinge alla coerenza civile.
Non serve allora insistere in un esercizio sterile: sostenere oggi un nuovo Terzo Polo è un atto di onanismo politico, un appagamento narcisistico privo di sbocchi reali.
Non è questione di persone né di leader più o meno carismatici, ma di regole del gioco. Prima di discutere di nuove aggregazioni, occorre combattere una battaglia di civiltà: quella per un sistema proporzionale autentico, sul modello delle elezioni europee. Solo un proporzionale può restituire rappresentanza alle culture politiche, permettere che idee e valori abbiano un peso indipendente dal calcolo delle alleanze.
Il Partito Democratico e Fratelli d’Italia, oggi garanti del duopolio, non hanno alcun interesse a modificare l’assetto. Ma proprio per questo la battaglia è tanto più necessaria: è la battaglia per il pluralismo, per la libertà del cittadino di scegliere senza dover turarsi il naso, per il diritto delle minoranze a esistere politicamente.
Questo, naturalmente, non esclude che a livello locale esperienze terze possano nascere e avere successo, come già accaduto in varie realtà del Paese. Tuttavia, ogni volta che tali esperienze non sono fallite, sono comunque rimaste circorscritte all’ambito locale nel quale erano nate, senza riuscire a proiettarsi su scala nazionale.
In questo senso, la “Casa dei Riformisti” può rappresentare un’ipotesi percorribile, ma solo a condizione di una chiarezza di collocazione: o si definisce nell’ambito del Centrosinistra, come naturale spazio della tradizione laica, repubblicana e socialista, oppure è impossibile costruirla come soggetto autonomo senza la premessa di un sistema elettorale che la renda praticabile.
Quanto alle ipotesi liberaleggianti alla Marattin, che pensano di riuscire dove tutti hanno fallito, qualche dubbio è inevitabile. Anche perché quella strada è stata già percorsa, e con il proporzionale in vigore: la tentarono Ugo La Malfa e Giovanni Malgodi, poi Spadolini e Zanone, e in ultimo Giorgio La Malfa e Altissimo.
Tutti provarono a costruire un’area liberal-democratica autonoma, capace di mediare tra i blocchi, e tutti dovettero constatare la difficoltà, se non l’impossibilità, di tenere insieme culture politiche diverse senza un contesto favorevole e senza una chiara collocazione. Il tempo, e la storia, hanno dato le loro risposte.
Un dubbio, dunque, che dovrebbero porsi anche quei repubblicani che si ostinano a ignorare un fatto politico elementare: il PRI è un partito della sinistra democratica europea. E questo, per chi ha memoria della storia repubblicana, significa anche ricordare che Giovanni Spadolini, nel proporre la sua Terza Via, non intendeva affatto un equidistanza dai blocchi, ma un percorso di modernizzazione dentro il campo della sinistra democratica, di cui aveva piena consapevolezza culturale e politica.
E ciò comporta scelte conseguenti.
Diversamente, continuare a militare in un partito della sinistra democratica europea pretendendo di costruire alleanze con la destra non solo non fa decollare alcuna ipotesi politica, ma rischia di far venire il torcicollo, oltre a uno strabismo già evidentemente conclamato.
Solo dopo una riforma proporzionale potrà nascere, forse, un vero Terzo Polo: non attorno a un uomo, ma a un progetto di civiltà, che unisca i riformisti, i liberaldemocratici, i repubblicani, gli ambientalisti razionali, i laici. Un’area che non viva di testimonianza, ma di cultura di governo; che non cerchi di farsi notare, ma di incidere.
Se vogliamo davvero costruire qualcosa di nuovo, cominciamo dal terreno comune della riforma proporzionale. Solo lì potrà germogliare il seme di un’Italia più libera, più moderna e più europea. Tutto il resto, fino ad allora, è soltanto illusione.
E, per concludere con Montanelli, che conosceva l’Italia meglio di chiunque altro: “Questo Paese non ha bisogno di salvatori, ma di regole e di serietà. E siccome non siamo inglesi, cominciamo almeno a comportarci da italiani adulti.”
Una lezione che, dopo tanti decenni, resta ancora tutta da imparare







